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Sezione Didattica


La banalizzazione della lingua e la qualità del conoscere
note a margine di un recente dibattito



di Annalisa Boselli


Sulla lettera di professori universitari

Leggo che seicento professori di Università hanno scritto una lettera in cui lamentano la scarsa conoscenza della lingua italiana che i loro studenti dimostrerebbero nella scrittura delle tesi di laurea: errori “da terza elementare” di ortografia e sintassi; estrema povertà lessicale; carenze nel pensiero e nella logica del discorso.
Concordo solo in parte (sono ben più numerosi gli studenti che leggono e scrivono benissimo) ma aggiungo che la stessa cosa può dirsi di non pochi docenti universitari; in buona parte ciò mi sembra dovuto ad assunzioni che per l’università accadono per diritto di cordata .
Penso tuttavia che queste cause non siano le uniche e che vi sia qualcosa di più grave e profondo: la contrazione del pensiero da generale marcata semplificazione sintattica della lingua. Il travisamento sistematico del reale che ne consegue mi appare dovuto alla enorme massa di informazione elettronica che impatta sui cervelli, li seduce con ragionamenti semplici e facili e non motiva a un buon lavoro di questo organo.

L’informazione elettronica: massa e qualità

E’ noto come la massa immane dell’ informazione elettronica prevalga sempre di più sulla sua qualità, sul rispetto non diciamo della verità (oggetto di un’aspirazione sempre più velleitaria) e della veridicità ma anche della semplice plausibilità. Se i fatti contraddicono una tesi –specie se implicita- peggio per i fatti, quel che conta è la potenza dei mezzi e la focalizzazione del bersaglio.
La cosa non ha effetto solo nell’immediato ma gravi sono gli effetti a lungo termine, specie nei bambini e nei giovani, per i quali –anime innocenti- è vero ciò che appare e se appare serialmente è assoluta verità che può essere messa in forse solo da equivalenti masse di informazione contraria. Ripetuto molte volte, il ciclo porta alla disperazione cognitiva o alla sistematica attribuzione di verità all’ultima massiva irradiazione informatica. Questo non solo per i giovani ma, ad esempio, per gli elettori di tutto il mondo e di ogni età.

Insegnare a conoscere nel tempo della post-verità

Sono nata nel tempo di confine tra la biro e la tastiera, tra l’analogico e il digitale. E mi trovo a insegnare da un lato tra colleghi che faticano a digerire il registro elettronico e ragazzi tanto bravi nelle tecnologie che, volendo, potrebbero facilmente hakerarlo e scrivervi votazioni lusinghiere. Nella mia scuola coesistono biblioteche di carta e digitali, lavagne di ardesia e di materiale riflettente, quaderni e tablet.
Tra insegnanti ci si pone a volte una gamma di questioni: Come conoscono i ragazzi? In che la struttura del loro pensare le discipline è simile, differente e diversa dalla nostra? Certamente non pensano il mondo in modo uguale alla maggior parte dei docenti pre-digitali e nemmeno al nostro pensare di semi-digitali. Il loro pensare, leggere, scrivere son altra cosa perché altra cosa –anche rispetto a noi che abbiano attraversato entrambe le stagioni -è il mondo in cui sono nati e stanno crescendo.

Come può vedere il mondo chi è nato da poco

Il nascere è evento unico ma non assoluto; è nascere-a: a qualcuno, a un tempo, alla propria terra. Oggi i bambini non nascono più tanto al mondo “reale”; nascono all'universo televisivo e telematico; crescendo –lo vedo anche nella scuola secondaria superiore ove insegno- entrano nella storia attraverso il fumetto elettronico. E possono essere indotti a pensare, come gli schiavi della caverna platonica, che le ombre che si accendono sulla parete (stavolta Retina o Amoled) siano la verità. Ed elaborano la loro visione del mondo non solo a partire dai fenomeni "reali" ma -sempre di più- a partire da apparizioni di "realtà" virtuali. Una serie sterminata di fake news di pseudo-fatti li aspetta e le loro (nostre?) difese sono deboli.

Mutamenti nella struttura del conoscere

Ne conseguono mutamenti nella struttura del conoscere, per cui uno dei problemi più importanti sarà quello di riuscire a capire quali categorizzazioni dell’esperire possano essere suggerite in relazione a come oggi la mente del bambino o del ragazzo o dell’adulto semi-digitale "sente" e conosce.
Enormi cambiamenti del mondo e nel rapporto soggetto-mondo separano il bambino che conosce oggi dai suoi coe¬tanei degli anni appena (storicamente) scorsi. L'universo di riferimento era in grandissima parte fatto d'immagini cui corrispondevano oggetti fisici e comunque gli oggetti e le persone raffigurati in deboli disegni o in qualche occasionale visione filmica erano appari¬zioni temporanee, fuggevoli; non erano riferimenti, non formavano fasci di eventi da introiettare senza complessi percorsi di mediazione. Nel nostro tempo, ovvero nel tempo della forzosa semplificazione della complessità, della derealizzazione e della pervasività dei prodotti della tecnologia dell'informazione, il mondo è un insieme d'immagini e parole ingannevoli.

Forme della compressione del conoscere

Peraltro il pensare e il conoscere non sono più lo scopo ufficiale della scuola; contano solo le competenze, prodotto a mio avviso secondario ma oggi privilegiato in quanto esonera docenti a allievi dalla fatica di pensare, di fronteggiare con capacità critiche i fasci di informazione massiva.
I (per fortuna numerosi) Maestri si trovano così a dover aiutare i giovani in un contesto categoriale in cui:
-L'essere e il niente son solo un entrare e un fuoriuscire da una memoria a breve termine.
-Lo spazio va perdendo stabilità enella globalizzazione è divenuto oggetto di ogni tipo di manipolazione, restringimento od estensione arbi¬traria.
-Il tempo é schiacciato sul presente; non c'é lontananza e non c'é attesa, tutto può sparire e comparire in qualsiasi momento.
-L'oggetto, con la sua presenza fino a ieri "dura" la sua resistenza formale e so¬stanziale alla manipolazione, può essere cancellato con un clic e fatto ricomparire con un doppio clic.
-La causa -regolatrice del passaggio da uno stato all'altro delle cose, mediatore lo¬gico della transizione scompare agli occhi dei digitali: il succedersi degli eventi sullo schermo é acausale, dipende da chi controlla l’emittente.
Così l'immagine é una creazione degli gnomi al servizio della volontà di potenza delle èlites e a volte si affidano indifesi i ragazzi a:
-Elevatissima commistione di reale e di virtuale
-numerose e imprevedibili mutazioni di variabili e di molteplici intersezioni-situazioni operative con elevati margini di rischio, imprevedibilità, incertezza
-compresenza di interessi differenti e punti di vista diversi-addensamento di molteplici e contrastanti motivazioni
-inevidenza e oscillazione dei fini
-asinfonia degli elementi frammentuali
-pluralità dei linguaggi (oltre la retorica del "linguaggio comune"
-resistenze prive di fondazioni ideali

Verità ……e fake news della valutazione seriale

Mi sembra che, più il mondo si complessifica, più si faccia forte anche nei programmi scolastici ufficiali –oltre i richiami retorici alla complessità- la tentazione di ridurne semplicisticamente i fenomeni e di sorvolare sui mutamenti che il nuovo gigantesco videogame globale induce nel pensare dei nativi digitali. La tentazione è individuabile soprattutto nei test INVALSI o nei meetigs Eduscopio ove manca la compossibilità delle risposte e sono celate l’inesaustività e il continuo superamento delle risposte che gli estensori dispongono da considerarsi “corrette”.
Facendo ignorare queste prospettive dell’ipercomlessità s’incoraggia un conoscere ipersemplificato e “facile” quanto ingannevole. E non si aiuta l’avventura nel tempo dell’ ipercomplessità e dell’imminenza del Post-umano.

Linee di una possibile, miglior risposta istituzionale

Il problema è enorme ma la scuola può fare qualcosa. Occorrerebbe che nei futuri programmi scolastici e nelle progettazioni didattiche si tenesse conto che non solo i contenuti e le forme, ma anche le stesse categorie classiche della conoscenza umana stanno mutando nel¬l'interazione con il nuovo mondo. Un mondo in cui i paradigmi essenziali sono quelli narrati dalla teoria della complessità, dall’information theory e dall’ermeneutica e andrebbero ripercorsi innovativamente attraverso teorie pedagogiche adeguate.
All’ipercomplessità deve corrispondere una linea di conoscenza multidimensionale e metaprospettica, riferita all'orizzonte di chi esperisce e progetta. La complessità-iper del conoscere –una conoscenza non monocromatica, ma di infiniti colori, non sì/no ma caotico fondo di un continuum- è pedagogicamente perseguibile, tra le altre, attraverso alcune delle seguenti caratteristiche con una offerta didattica articolata in strutture non sintagmatiche, da lavagna elettronica, ma paradigmatiche e narrative, messe in circolo dalla fluida, creativa e stimolante parola del docente.
Aspetti che sono presenti e possono aiutare in mote scuole:
-ricchezza delle tradizioni culturali e professionali coinvolte
-struttura connettiva non solo causale ma ricca di tutti i nessi sintattici
-caratteristiche del territorio
-situazioni caratterizzate dalla presenza diffusa di questioni ad alto impegno pedagogico
-carattere sperimentale di ogni progetto pedagogico, dunque configurante uno scenario epistemologico

Conclusione


In gran parte la banalizzazione del leggere e dello scrivere è sintomo di una generale difficoltà di pensare nel tempo di una massa insostenibile di informazioni senza fondamento, di ragionamenti semplicistici, di un massicciamente diffuso sentimento del mondo rozzo, viscerale e manicheo, usando quest’ultimo aggettivo con grande rispetto per Mani e molto minore per Trump, figura emblematica del pensare twittato.

La scuola italiana ed europea è però piena di autentici Maestri che insegnando a leggere e scrivere preparano a un pensiero davvero pensante, educano a conoscere il reale e non solo a mostrare competenze sul mercato. Insegnanti così magistrali che sanno nutrirsi anche del pensare dei loro tanti, bravi scolari.







Sezione: Didattica
Sottosezione: Varie
Scritto da: Annalisa Boselli
Inserito il: 26/02/2017

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