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Sezione Didattica


Le due torri: INVALSI e PISA
Documentare e valutare il conoscere della persona attraverso le discipline e rischi inerenti alle metodologie oggettivistiche. Una interpretazione esplicitamente personale

di Gabriele Boselli


Sommario

Valutare l’apprendimento/riconfigurazione personale delle forme storiche della conoscenza potrebbe essere attività essenzialmente non descrittiva ma ermeneutica, narrativa, configurativa e donativa di valore. Le torri INVALSI e PISA -secondo il personale avviso dello scrivente- contraddicono il principio di personalizzazione e appaiono basate su modelli epistemologici ampiamente superati



Discipline come forme della soggettività trascendentale

Ogni processo teoretico, ogni interpretazione di testi scientifici o normativi –anche quando paludati di universalità e necessità- danno soprattutto forma a personali esperienze vissute dai rispettivi autori. Do brevemente conto di quel che è capitato all'autore della teorizzazione che state leggendo .
Quando andavo a scuola e sedevo tra i banchi (anche allora scegliendo per prudenza i più robusti) avevo l' idea che la disciplina fosse la verità trascritta sui libri di testo da antichi codici univer-sali in cui stava scritto il perenne ordine del reale. Chi fraintendeva il testo fraintendeva la "verità" e dunque veniva giustamente biasimato; chi ne rispettava il significato corrispondeva al "naturale" ordine delle cose e andava premiato. Questa convinzione era anche un effetto secondario dell' idea propria della perdurante cultura tardo-aristotelica della verità come corrispondenza oggettiva a uno stato di realtà non discutibili, scritte nei testi e in possesso dell' autorità.
Poi lessi Kant e cominciai a pensare che la verità non stesse né nei libri di testo né nei libri-madre ma nell' attività in cui il soggetto individuale e trascendentale rappresentava i fenomeni. Pensai che l'ordine non stesse nelle cose ma fosse conferito dal soggetto al proprio relazionarsi con gli eventi e alla loro essenziale casualità e caoticità. Ritenni più tardi con l' ermeneutica che ogni lettura fosse infedele e trans-formativa dei significati originari ma anche generatrice di significati nuovi e importanti.
Queste esperienze mi fanno tuttora pensare che ogni disciplina vada didatticamente condotta e valutata in quanto:
a) Attività/passività del soggetto docente e discente
b) Sedimento attivo della storia di tutti i soggetti umani dalla preistoria a oggi
c) Tradizione attiva della cultura di appartenenza.


Disciplina come sapere della persona discente

Valutare è sempre difficile; nella scuola e’ poi operazione in cui s’intrecciano questioni epistemologiche, etiche, politiche, pedagogiche, istituzionali di elevata complessità e difficoltà. Come sempre, il potere (sia di destra che di sinistra) è allora tentato di risolvere le difficoltà attraverso le semplificazioni, di lavorare con le ruspe. Non potendo essere una operazione di conoscenza, il valutare viene convertito ad essere operazione di potere; ciò accade proprio là dove sarebbe invece necessario costruire con prudenza pratica nel contempo con audacia teoretica.
E’ a mio avviso il caso di riflettere ad esempio sui criteri di derivazione economicistica con cui stanno lavorando alcuni sistemi nazionali di valutazione e su cui si opera anche nell’ambito del progetto P.I.S.A., una torre epistemica voluta da una organizzazione economica come l’OCSE e per la scuola ad alto rischio, anche se ancora non crollata poichè un po’ più evoluta di altre e soprattutto sorretta da robusti tiranti di ordine finanziario (parteciparvi costa molto, dunque suscita impressioni di valore). Se la torre INVALSI, con il suo ingenuo oggettivismo di matrice vertecchiana, è ormai abbastanza nota a insegnanti e studiosi perché sia necessario scriverne, vale forse la pena di prendere in considerazione il progetto PISA (programma per la calibrazione (assessment) internazionale delle competenze degli studenti, ora attivato sugli studenti quindicenni.
Il programma naturalmente non è interessato a valutare il conoscere della persona, ovvero il modo in cui in ciascun soggetto si tiene in attività (o si spegne) il nucleo generativo di regioni gnoseologiche, il topos ove si riavviano i saperi consolidati, si allacciano relazioni con tutta la gamma possibile dello sviluppo del sapere stesso.
Le discipline potrebbero essere intese come atti di costruzioni del sapere di lungo respiro, sedimentazione di infiniti atti cognitivi avvenuti nella storia; portano a pensare le cose non solo come sono oggi ma come sono state e probabilmente muteranno, indipendentemente dal loro utilizzo immediato e prossimo venturo. Direi che laddove la competenza (parente impoverita della c.) risiede nella cultura dell’ “utile”, l’essenziale delle discipline abiti in quella della “fondazione”; dove la competenza é “saputa”, la conoscenza è sapere in-finitamente in atto.
Il conoscere della persona attraverso le discipline non potrà dunque essere ripercorso attraverso tassonomie (classificazione/archiviazione anticipata dell'esperienza intellettuale); sarà un’ indagine per vedere se si mantenga attiva soprattutto la "spinta", un fascio di vettori che attraversando i portali delle strutture dell’intersoggettività (categorie, sistemi simbolici e costellazioni cognitive) riprenda il carattere organico, sempre in fieri e infinito del pensiero della persona che si volge all’Intero.

Lo scatenarsi delle antinomie, tra serialità e personalizzazione

In un processo valutativo consono alle epistemologie del postmoderno i risultati non dovrebbero essere ragionieristicamente elencati ma inter-rogati, cercati attraverso un discorso aperto fra i soggetti. L'essenziale -ovvero il contatto generativo tra un ragazzo e la cultura, la luce inestinguibile- potrebbe esplorato attraverso sentieri improgrammabili , nel rispetto del diritto del soggetto di essere autore del suo incontro personale, unico con il sapere.
Differentemente da quello che avviene nella costruzione delle due torri, penso che dobbiamo promuovere un valutare non classificatorio ma che venga da sguardi aperti alla vita e alla cultura e sia volto all’essenziale: dunque pluralistico, interpretativo, regionale, aperto sul possibile, indeterministico, epistemologico.
Un buon valutare non tenta di appiattire il pensiero pensante (incessante, non prefabbricato, che rifiuta la riduzione a fatto ma si vuole sempre in atto, infinito). Disegnati entro una teoria fenomenologica della conoscenza, dei percorsi di valutazione ermeneutica potrebbero adeguatamente accompagnare la persona nella sua multipreposizionale relazione con il mondo, nella sua capacità di conoscere il mondo della natura, di riconoscere ed essere riconosciuta dagli altri umani. Arricchiti di una teoria condivisa della conoscenza umana indurrebbero una riflessione sul con-sapere delle condizioni di possibilità d’ogni sapere e delle sue forme storiche, senza pretese d’esclusione delle morfologie della conoscenza non immediatamente inquadrabili.
Chi lavora al progetto delle due torri non sembra interessato a una valutazione del conoscere della persona ma di un ente anonimo, senza volto; è interessato alle sole competenze, pur definite “essenziali” (ma se sono essenziali non sono competenze e se sono competenze non possono essere essenziali) ovvero agli effetti secondari dei processi di acquisizione della capacità di conoscere. Nel progetto PISA il settore di esercizio è esteso a campi che in qualche modo assomiglino a quelli di impiego reale delle competenze, con specificazione almeno quest’anno di “aree di contenuto”: “spazio e forma”, “cambiamento e relazioni”, “quantità” e “ incertezza”: categorie di cui sfugge completamente il criterio di ordinamento, la struttura epistemologica. Sono concetti che sembrano buttati li a caso, senza un minimo di giustificazione e di credibilità teorica; avrebbero potuto essere altri e sarebbe stato lo stesso.
Le prove scritte sono naturalmente tutte strutturate, diversamente i risultati non sarebbero predeterminabili, con fissazione delle variabili di sfondo per garantire gli esiti finali; non si sa mai……E ben vero che i sistemi valutativi non sono nati per conoscere il campo dei fenomeni dell’istruzione ma per governarlo, tuttavia un maggior scrupolo epistemologico avrebbe almeno reso le due torri più convincenti.

La valutazione dell’apprendimento disciplinare come interpretazione esplicitamente inter-soggettiva delle valutazioni di ciascuno

Le due torri (ma non solo quelle….) sono anche effetti e immagini del residuo metafisico, pre-fenomenologico della cultura occidentale. Dell’idea che esistano verità ipostatiche, direttamente accessibili, indipendenti dalle persone; che siano possibili gli essenti senza i volti degli esistenti. Per sapere se una popolazione scolastica risponde bene bisognerebbe conoscere il mondo dal suo punto di vista e dalla sua storia; e non assolutizzare il proprio e la propria storia senza nemmeno denunciarlo. Nelle due torri, invero con minor rudimentalità metodologica nel progetto PISA, quel che viene proposto come fosse il riferimento assoluto, “oggettivo”, la verità incontrovertibile, è semplicemente l’espressione del modo di vedere il mondo e delle scuole scientifiche propri dei gruppi che preparano i tests.
L' insegnamento della disciplina ha invece un oggetto che appartiene a una storia (e il nostro tempo ha molte storie); ha un luogo (in cui nella multiculturalità dell’oggi convivono molti luoghi); ha un soggetto docente individuale e un soggetto discente con una propria differente identità. Quindi l'apprendimento delle discipline, se mai lo é stato, oggi non é più contenibile o riducibile da apparati universali capaci di fornire istruzioni per insegnare o per valutare non per forza di legge o di convenienza ma per autentico valore scientifico e pratico.
Posso raccontare alcuni esiti teorico-pratici della mia esperienza di valutazione in cui potrà forse ritrovarsi, per analogia o per differenza, qualche lettore.

Salvare il desiderio di apprendere
Occorre guardare se la disciplina, sapere intrinsecamente incompiuto, colmi la sete per farla divenire più forte. E’ importante capire se anche l'insegnante abbia sete di conoscenze e continui a interrogarsi su come meglio risistemare le proprie per offrirle agli alunni. Un attimo prima di stancare gli alunni con esercizi e tests insensati, di far loro pensare alla cultura come a una penosa incombenza anziché come a una interessante esperienza, l'insegnante-valutatore potrebbe validamente considerare l'idea del suicidio. Il Signore premierebbe chi sacrifica la propria vita per non rendere invivibili alla conoscenza tante altre.

Inter-rogarsi sul valore
La disciplina non va enunciata ma interrogata (va inquisito l'ordine precostituito delle conoscenza) e inter-rogata (cercata fra noi e gli altri, nel tempo e nel luogo in cui ci si ritrova). Le domande, che non hanno nulla a che vedere con i tests, non mirino a verificare la corrispondenza delle conoscenze individuali agli statuti disciplinari ma a cercare meglio la verità (il collimare dei sensi) sui fenomeni relativa ai cercatori.

Valutare l’essenziale
Fine dell' insegnamento disciplinare é l' articolazione della visione che ciascuno può farsi del mondo, la distinzione tra il soggetto e gli eventi di cui partecipa e degli eventi tra loro secondo le tradizioni interpretative storicamente formate (discipline come analisi). Ma il senso dei fini é nella ricostituzione intellettuale dell' unità tra soggetto e mondo e tra i vari profili delle visioni del mondo.
In questa prospettiva quel che occorre valutare sta nella conoscenza personale del mondo nei suoi fenomeni culturali o fisici, non nelle pagine dei libri di testo che ne scrivono. La disciplina non mostra ma addita, indica qualcosa che non sta al suo interno, che non le appartiene; offre per questo consuetudini di approccio affinché il venire a evidenza dei fenomeni non sia vano e lasci tracce attive nella coscienza del soggetto, utili a costituire l’universo dei fenomeni.

Indivisibilità del fine
Il fine é indivisibile, non smontabile in obiettivi ovvero in frammenti posti come dotati di senso e di significato propri, anche quando si tratta di frammenti minimi.
Il fine può, in coerenza con l’idea di persona, essere articolato in paradigmi e poi in argomenti; dovrà essere presente in ogni atto educativo. Valutazione dunque come atto ermeneutico ordinato a una assiologia generale.
Apprendere è costruire; ogni unità di apprendimento (e in seguito ogni piano educativo personalizzato) implica un processo produttivo e creativo, mobilita aspetti cognitivi e affettivi insieme. INVALSI e PISA badano solo al risultato.
Lo sviluppo è invece un processo di connessione e di riorganizzazione di quanto appreso. Avviene un’interazione tra il mondo del soggetto e la disciplina entro un contesto interpersonale e materiale mediato dall’adulto. Nel difficile processo di formazione ci sono gli errori che costituiscono modi con cui i ragazzi cercano di avvicinarsi alla cultura adulta. Fanno parte del percorso di crescita; sono tracce del mondo cognitivo e affettivo originario del bambino, del suo livello di elaborazione.
Non sequenze ma nuovi profili Il viaggio attraverso le discipline non può essere pianificato e temporizzato; i suoi risultati non possono essere algoritmicamente tassonomizzati e “verificati”. L’oggettività, più che una sirena, è una chimera. In "Postprogrammazione" l'ho paragonato a una navigazione a vento, in cui si deve prender atto e aderire intellettualmente ed emotivamente all'idea che gli eventi non dipendono solo dalle intenzioni ma anche da una quantità di variabili tanto numerose e imprevedibili da rendere il viaggio reale non programmabile e i risultati non conoscibili attraverso i tests ma solo attraverso il confronto e l’intersoggettività.
Nelle discipline l' ipercomplessità (analoga a quella meteorologica con cui dovevano fare i conti i naviganti di un tempo) non può essere forzata navigando a motore ossia riducendola e cercando effetti di determinazione sul comportamento degli allievi. Né il suo corrispondervi valutato secondo tabelle.

Provvisoria conclusione
Le discipline vanno rispettate nel loro lasciar vedere, costituire traccia per itinerari soggettivi aperti all'intersoggettività. Non dovrebbero essere gestite e valutate come discipline del far vedere, del mostrare, del provare con dei risultati il diritto all’esistenza. Dev'essere il soggetto a ordinare il suo mondo, a esistere intellettualmente, in forma positivamernte relata all' esterno ma autonoma. Chi non lascia essere, mortifica e a volte gli strumenti della valutazione sono le armi del delitto. Le discipline non sono un museo, ma delle realtà viventi nei soggetti che le esperiscono. L’anatomia del vivente uccide.
L’oggettività degli universi disciplinari –l’inestinguibile mito positivistico dell’in-sé e del per-sé- non è accessibile nè dunque valutabile; il valore dell’istruzione è per contro inverabile come operazione di umana coscienza costitutiva di valore.



Bibliografia

F. Bertoldi Critica della certezza pedagogica, Roma, Armando, 1988
G. Boselli La valutazione. Un approccio ermeneutico, in Infanzia, La Nuova Italia, Aprile 1988
F. Bertoldi (a cura di) L'intenzione educativa, La Scuola editrice in Brescia, 1996
Bertoldi/Serio (a cura di) Oltre la valutazione, Roma, Armando 1999
P. Bertolini (a cura di) La valutazione possibile, La Nuova Italia, Firenze, 1999
OECD PISA 2003:valutazione dei quindicenni, Roma, Armando, 2004
G. Bertagna Valutare ciascuno, valutare tutti. Una prospettiva pedagogica, Brescia, La Scuola, 2004
A.M.Benini Valmath: valutare in matematica, Napoli, Tecnodid, 2005

Sitografia

www.invalsi.it
www.pisa.oecd.org


Sezione: Didattica
Sottosezione: Traduzioni della Riforma
Scritto da: Gabriele Boselli
Inserito il: 20/10/2005

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18/03/2019
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