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Sezione Didattica


Segna…libro. Il Paese ritrovato
Memorie di vita in un paese e il contributo della scuola alla preservazione dei ricordi

di Loretta Buda

Mi richiama talvolta la tua voce,
e non so che cieli ed acque
mi si svegliano dentro:
una rete di sole che si smaglia
sui tuoi muri ch’erano a sera
un dondolìo di lampade
dalle botteghe tarde(…)
Vicolo di S. Quasimodo

Prima di scrivere ho voluto attendere di sfogliare la prima copia del libro: “Il paese ritrovato: Gatteo si racconta”. Il titolo del progetto è passato all’opera perché, grazie a questa esperienza, in tanti ci siamo incontrati, ri-conosciuti e ritrovati come abitanti di un paese che fino ad oggi , c’era e non c’era. Come scrive Narda Fattori nella quarta di copertina:-“in questo volume la coralità è protagonista: le singole storie si sovrappongono, si sfiorano, si intersecano e restituiscono un’immagine a tutto tondo di un mondo che è esistito fino a ieri e che oggi ci sembra lontano, quasi proiettato in un non tempo, non spazio, in una dimensione mitica. E invece nomi e persone, vie e piazze sono ancora qui, testimoni del tempo che muta nel permanere, che trasforma nella persistenza .Il progetto nel suo dilagare oltre i confini scolastici ci ha offerto molteplici occasioni d’incontro aprendo spazi narrativi per noi inediti .Semplici racconti di esistenze vissute dignitosamente nello sforzo di affrontare e superare la miseria lavorando fino allo sfinimento; una miseria combattuta con il lavoro ed esorcizzata con il canto. Le storie e il raccontare sono diventate il termine di una relazione che ha unito persone, paesaggi narrativi, sentimenti, emozioni. Ogni testimone nel suo raccontare ha selezionato particolari significativi della propria vita che si sono inseriti in una trama narrativa allargata che ci ha restituito l’infanzia del paese. Voci, volti, parole, persone che ritroviamo in ogni storia; personaggi che sembrano passare da un racconto all’altro, in un andirivieni giocoso che collega e ricompone vissuti. Persone che spuntano improvvisamente e ci fanno cuc dall’angolo di una casa, da un androne, dal voltone come per dirci siamo ancora qui, noi quelli che amano stare al sole e, chiedendo scusa alla favola antica, “stanno dalla parte della cicala che il più bel canto non vende, regala”
Grazie al progetto e all’impegno di tanti, siamo riusciti a creare spazi entro i quali, i bambini e le bambine, hanno potuto ascoltare il racconto di una storia passata che li riguardava come figli, nipoti, cittadini. Storie di vita che sono state ricordate con parole dedicate, piccole memorie sul punto di naufragare che sono state salvate perché l’esperienza di ognuno potesse trovare la propria dimora nello spazio dell’incontro e nel tempo del racconto. Come dice M. Zambrano “si tratta di riprendere il proprio tempo e riviverlo compiutamente, accettando la fatica di ritessere la propria vita. La coscienza (…)sa che ogni ricordo è opera sua, ma perché ci sia storia ogni immagine deve tornare a vivere assumendo al presente ciò che è stato condannato al passato, ancor più se si tratta di tradizione, di quel residuo della storia che influisce soprattutto su chi non sa di averla e procede inconsapevole, incapace di legare l’autobiografia alla storia, di riconoscere nelle contingenze il proprio tempo vitale”.I genitori sono stati il ponte fra la scuola e il territorio. Mi piace soffermarmi sull’immagine del ponte che si slancia, s’inarca, e congiunge due sponde. Un collegamento che per la sua edificazione ha richiesto, oltre all’impegno di ognuno, il contributo di molte e differenziate competenze; ma la possibilità di avvalerci di contatti con altre realtà culturali e della presenza di esperti ne ha agevolato la realizzazione, e il ponte, nel suo lasciarsi attraversare, ci ha permesso di incontrare persone che a loro volta sono entrate nelle classi e che con le loro testimonianze hanno sollevato quel sipario di silenzio che custodiva vissuti. Storie di un tempo che fluiva disciplinato e che ordinava le azioni di un mondo abitato e vissuto con semplicità. Un mondo disadorno nel quale non c’era niente da sfoggiare perché la povertà e la modestia rifuggivano ogni forma di ostentazione . Un tempo “speso” con poche parole che riconosceva il ruolo dinamico ed essenziale del tacere. Un tacere che rendeva significativo il silenzio; un silenzio comunicativo nel quale, i gesti, gli sguardi, i suoni hanno saputo raccontare emozioni e vissuti. Immersi in un mondo dove l’assedio verbale è la norma, il silenzio è stato il punto di partenza dei nostri percorsi ed è diventato l’occasione per rivitalizzare il dialogo spostandolo sul terreno della reciprocità e della corrispondenza. L’impegno della Scuola, dei genitori e dei biografi ha chiesto una delicata opera di sensibilizzazione e mediazione che si è evoluta grazie alla cura, alla dedizione e alla credibilità. Ci siamo presi cura, per dirlo con la genuinità degli anziani, ci “siamo presi a cuore” i soggetti, declinando, intenzionalità, bisogni e possibilità. In ogni incontro è stato possibile individuare, luoghi significativi in cui sostare e altri verso i quali dirigerci. Abbiamo cercato soprattutto di essere credibili, di essere “ di parola”. La pubblicazione del libro era una promessa che avevamo fatto ai testimoni anziani i quali, se inizialmente si ponevano come smemorate e baluginanti insegne sotto un cielo sguarnito e perplesso ora, dopo aver riconquistato parole proprie ,essi desiderano distinguersi ed emergere in questo scenario ravvivato dai loro racconti. Per noi è stato bello essere lì con loro; nelle case, in piazza, nelle classi dove i gesti e le parole sono stati impersonati da uomini e da donne che con il loro ricordare desideravano lasciare segni immaginando per i piccoli un futuro ancora migliore. Con i loro segni, con i loro cenni, con le loro parole, spesso pronunciate con lo stesso impaccio di chi indossa il vestito della festa diventato stretto, ci hanno insegnato che:” amare la tradizione,sentire di discendere dai padri vuol dire appartenere ad una Legge del Padre e della Madre che viene prima di noi e dovrà durare dopo di noi, nel futuro. Anche questa, come tutte le esperienze scolastiche, si è realizzata come una costruzione continua che si è attuata senza compiersi; si è consegnata con un senso di incompletezza affidandoci più domande che risposte. Concludo sostenuta dalla fiducia che in questo finale, volutamente lasciato aperto, possano verificarsi nuovi incontri e attuarsi nuove esperienze e, ritornando all’inizio, riporto la citazione offerta ai biografi come momento di riflessione durante del corso di formazione.
“Ci impegniamo noi e non gli altri
(…)
Unicamente noi e non gli altri,
ci interessa di perderci
per qualche cosa o per qualcuno
che rimarrà anche dopo che noi saremo passati
e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci.”











Sezione: Didattica
Sottosezione: Varie
Scritto da: Loretta Buda
Inserito il: 26/08/2007

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18/03/2019
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