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Sezione Didattica


Rio Salto
Una storia da un'insegnante di sostegno



di Michaela Fellini








Nella Torre il silenzio era già alto,
sussurravano i pioppi del Rio Salto…




Era il 14 febbraio 1995.
Dopo un’abbondante colazione, stavo percorrendo la solita strada che dalla Torre conduce a Bellaria.
Finalmente una supplenza un po’ più lunga (con tanto di giorno libero!), finalmente la possibilità di rivedere gli stessi bambini e instaurare con loro una relazione più significativa...
Già assaporavo la piacevole “certezza” di incontrare sguardi familiari, lavorare in un ambiente conosciuto, sapere una volta tanto cosa avrei fatto, senza dover improvvisare come sempre per “intrattenere” una classe per poche ore.

E invece, qualche confuso attimo in cui, sulla strada sdrucciolevole per la fanghiglia e la sottile pioggia nebbiosa, consapevole di avere perso il controllo dell’auto, ho visto quei pioppi da tutte le angolazioni e poi erba, erba e ancora erba.
Del tonfo nelle fredde e fangose acque del Rio Salto, invece, nessun ricordo…
Solo la firma bagnata su indumenti, volto e capelli, di cui, alla ripresa dei sensi, sdraiata sulla riva sinistra, non sapevo darmi spiegazione, così come il persistente sapore di fango che mi ha accompagnato per tutto il tragitto in ambulanza, fino all’ospedale “Infermi” di Rimini.

Non ricordo il volto delle persone che mi hanno soccorso, da chi mi ha tirato fuori dall’acqua, afferrandomi per le mani, che sfuggivano scivolose alla presa, a chi mi ha prestato le prime cure in ambulanza, sdrammatizzando la situazione con battute spiritose su San Valentino.

Solo in seguito ho potuto farmi un’idea della dinamica dell’incidente, ma che importanza poteva avere! Ero viva e qualcuno mi aveva visto precipitare giù per le ripide sponde… forse la stessa persona a bordo del furgoncino che ho cercato di evitare, sbandando rovinosamente… chissà…, ma, data l’erba alta, forse nessun altro mi avrebbe visto finire là in fondo, sbalzare fuori dalla mia auto distrutta e galleggiare prona nell’acqua.

Quel giorno non sono mai arrivata alla scuola elementare “Ferrarin”, ma, nei mesi successivi, una scuola ben più dura mi ha insegnato a vedere la realtà con occhi diversi, ad apprezzare tutto ciò che avevo la possibilità di vivere, imparare, incontrare, giorno per giorno…

Ho imparato tanto dalla ricchezza delle letterine dei miei alunni, che ancora custodisco come preziosi tesori...
… sarebbe stato molto più facile lasciarsi prendere dallo sconforto e farsi cullare dai rimpianti per ciò che ormai avevo “perso”… permettere alla paura di prendere il sopravvento sulle buone speranze di una graduale ripresa della mia vita…
… tutti i progetti per il futuro a lungo e a breve termine sembravano svanire nell’oscurità dell’incertezza più assoluta…

Negli ultimi mesi avevo studiato così tanto per prepararmi al concorso magistrale di febbraio, il secondo che avevo la possibilità di sostenere per realizzare ciò che tanto desideravo: entrare di ruolo nella scuola elementare.
Il primo era andato benino e grazie ad esso avevo iniziato a conoscere meglio la scuola, accettando le numerosissime supplenze giornaliere che mi venivano proposte…

Ora, il concorso avrebbe dovuto essere l’ultimo dei miei pensieri, avrei dovuto preoccuparmi del fatto che, con due vertebre fratturate, c’era il rischio di perdere l’uso degli arti inferiori, la mia vita sarebbe cambiata parecchio e forse avrei dovuto rivedere sogni nel cassetto personali e prospettive professionali…

…ma in quella lunga settimana in corsia, con l’apprensione dei familiari che nulla potevano fare per poter alleviare il mio dolore, nell’immobilità più assoluta e con l’attesa di una corazza di gesso, che avrei dovuto indossare per tre lunghissimi mesi, rigorosamente in posizione supina, …

… un’inaspettata forza, tesa verso una piccola luce generata dalla certezza di quel concorso, di quella meta così vicina e nello stesso tempo così terribilmente ed apparentemente irraggiungibile, ha iniziato a spingermi verso quel barlume di speranza.

Ciò che mi ha più stupito è stato rendermi conto che quella forza, quello che era un mio “desiderio”, è ben presto diventato un “pretesto” per non abbandonarsi allo sconforto, non solo per me, ma per tutti coloro che fino a quel momento avrebbero voluto fare qualcosa, ma non sapevano cosa e come.
Ho ricevuto, senza chiederlo, molto più di quello di cui avevo bisogno per sostenermi fisicamente ed emotivamente:
la vicinanza delle persone care, la gentilezza del personale del tanto criticato ospedale, la possibilità che mi è stata data di poter partecipare, alla faccia delle barriere architettoniche e burocratiche, alla tanto attesa e temuta prova scritta.

Chi mi portava in ospedale i libri e i quadernoni con i miei appunti,
chi si informava sulla possibilità di poter partecipare al concorso, nonostante la temporanea disabilità (ricordo che i miei genitori andarono in Provveditorato, allora in viale Risorgimento, per chiedere l’autorizzazione…),
chi si attivava per mettere a disposizione un’ambulanza con la garanzia di assistenza sanitaria durante tutto lo svolgimento della prova,
chi mi aiutava a mangiare in quella scomodissima posizione in cui tutto il cibo mi andava di traverso,
…eccetera, eccetera…
… il mio fidanzato (attuale marito) mi ha addirittura costruito un banco “verticale” su misura a tempo di record (ricordo le risate di tutte le degenti e le infermiere quando, con metro e pannelli di legno, è venuto in ospedale a mettere in opera il suo progetto…).

Anche una ragazza “speciale” (ricoverata da tempo per una frattura al ginocchio dopo essere caduta dal letto durante una crisi epilettica) mi faceva coraggio dicendo che ero brava a studiare tanto.

Ogni notte, assistita dalla madre piuttosto anziana con a casa un’altra figlia diversamente abile, forti crisi sconvolgevano il suo riposo e per ore piangeva, delirava, faticava a respirare.
Il mio dolore alla schiena, attenuato da qualche puntura di antidolorifico, mi sembrava nulla di fronte alla sua profonda sofferenza …; ma con l’arrivo del nuovo giorno, lei si svegliava col sorriso e sembrava aver dimenticato tutto, consapevole solo in parte di quello che le era successo.
Quando aprivo il beauty-case per darmi una “sistemata” prima delle visite (ogni volta che mi pettinavo, notevoli quantità di terra e rami si depositavano sul cuscino), lei veniva fino al mio letto con il deambulatore (che, nonostante le sollecitazioni dei fisioterapisti di solito non voleva mai usare) e mi teneva su lo specchio…
Anche alla sera, mi incoraggiava a “farmi bella” e a truccarmi un po’, prima dell’arrivo del mio fidanzato… una genuina saggezza trapelava dalle sue chiacchierate e ben le si addiceva il nome Filomena…

Non sono riuscita a studiare quasi nulla in quella settimana: la stanchezza, il mal di schiena, ma soprattutto la costante posizione supina, ostacolavano anche solo alcuni minuti di concentrazione… più volte ho pensato di lasciar perdere, ma come dirlo a tutte le persone che si erano impegnate a sostenermi? Non potevo deluderle e così, tra una chiacchierata e l’altra con Filomena, fingevo di impegnarmi, ormai valeva la pena tentare, dovevo trovare la forza per farcela e ringraziare in questo modo chi mi stava aiutando…

Ed ecco il fatidico 22 febbraio: alle sei e mezza del mattino, dopo un prelievo del sangue (ben sei provette!!!) , faccio una veloce colazione con tè e biscotti secchi (ma più tardi la mamma mi allunga un paio di brioches alla crema e un succo di frutta) e iniziano i preparativi: penso alla fatica di mamma e infermiera che, per togliermi il pigiama aperto e farmi indossare una più dignitosa ed “elegante” tuta da ginnastica, hanno “brevettato” una tecnica particolare per riuscire a vestirmi in posizione supina, nonostante il terribile peso della fresca corazza di gesso, ancora bagnato e quindi ancora più pesante di quello che sarebbe stato nei giorni successivi.

Poi, in ambulanza da Rimini a Forlì: qualche parola con l’infermiera che mi assisterà per tutto il tempo e vengo a sapere , diversamente da quello che mi aspettavo, che dovrò sostenere la prova all’interno dell’aula insieme agli altri candidati, ovviamente sulla barella dotata del banco personalizzato.

Speravo di restarmene in un luogo più appartato, lontano dagli sguardi della gente, passare inosservata ed evitare il disagio mio e altrui, il più possibile.

E invece, davanti alla scuola, fotografi e giornalisti sembravano non aspettassero altro che il mio arrivo (ma chi gliel’aveva detto!!!): qualche allusione ad una mia certezza di vincere il concorso proprio perché in condizioni particolari, qualche domanda sull’incidente e poco altro ancora, poi mi ritrovo all’interno dell’edificio…il forte brusìo delle tante persone presenti, l’infermiera che doveva esibire il permesso ad entrare con me e c’era qualcosa che non andava… e poi gli sguardi, molti gelidi come quella fredda mattina, altri ancora tra lo scocciato e il pietoso, alcuni solidali e incoraggianti.
Dalla diversa posizione in cui mi trovavo, vedevo l’agitazione delle persone che correvano, leggevano, trafficavano con foglietti e appunti, giravano nervosamente prima di prendere posto nei banchi, quelli “veri” …
E poi l’apertura delle buste e la dettatura dei tre lunghissimi titoli…
…le penna a sfera, in quell’infelice posizione, non volevano saperne di andare… cambiavo penna, mi rimettevo in “pari” poi un forte dolore alle spalle e alle braccia, che, sospese in alto, una per tenere il foglio e l’altra per cercare di scrivere in modo leggibile, sembravano essere piene di piombo rovente, ogni minuto in più che restavano sollevate…
L’infermiera, vedendo la mia sofferenza, cercava di reggermi foglio e braccio e spesso segnalava alla persona che stava dettando che ero rimasta indietro. Così tutti si fermavano (sentivo altri che si lamentavano per la velocità della dettatura e voci bisbigliare:”Ma cosa c’è venuta a fare questa, che non riesce neppure a scrivere?!”)

Non è stato un buon inizio e per più di un’ora sono rimasta lì, a leggere quei titoli, con la penna in mano e le braccia distese lungo il corpo, abbandonate.
Era veramente difficile riuscire a concentrarsi: avevo tante idee su tutti e tre i temi, ma non facevo altro che pensare alla sconfitta morale di tutti se avessi “mollato” … e di scuse ne avevo a volontà: tutti i muscoli del mio corpo erano contratti per il freddo e per la tensione (qualcuno ha pregato l’infermiera di togliermi le coperte, perché non le utilizzassi per nascondere eventuali bigliettini o libri!!!, così sono rimasta al freddo per tutta la giornata, mentre, dopo qualche ora ho visto girare di tutto sotto i banchi “veri”); il gesso era ancora bagnato, ma iniziava a “tirare”; la sensazione di sentirsi comprimere gradualmente dal peso di quella corazza, che si induriva sempre più, era insopportabile e mi sentivo letteralmente soffocare; i corti e veloci respiri accentuavano i già presenti giramenti di testa.
Poi ho scelto: ho scelto di non arrendermi alle avverse circostanze, ho scelto il tema…

A dodici anni di distanza non ricordo nemmeno quale tema ho scelto, ma ben ricordo la grande improvvisa forza che mi ha fatto dimenticare tutto ciò che non andava e, piano piano, il mio elaborato ha iniziato a prendere forma: ad un certo punto i pensieri erano ben più veloci dello scorrere dell’inchiostro sulla malacopia, e per non perderli, ricordo di avere abbozzato, con una minuscola grafia, uno schema portante con collegamenti e riferimenti ad alcuni autori, fra cui Vigotskij, e qualcosa che si riferiva al PEI, anche se ancora non sapevo bene cosa fosse realmente.
È strano che non riesca a ricordare : per queste cose ho una memoria di ferro, ma forse le mie energie erano tutte concentrate a dare il meglio di me e a ignorare le tante “distrazioni” fisiche che mi “portavo” addosso.

È curioso, invece di come ricordi bene il momento in cui ho chiesto di “andare al bagno”, perché mi è stato risposto che non era ancora ora per nessuno (in realtà mancavano dieci minuti), ma, tra le flebo dei giorni precedenti, l’abbondante colazione e il freddo accentuato dal gesso umido, io proprio non ce la facevo più e quei dieci minuti mi sono sembrati dieci ore.
Ricordo che ho scritto direttamente in bella copia la parte finale del tema, terminato proprio al limite del tempo a disposizione: ero stanchissima, dolorante, distrutta, ma soddisfatta per avercela fatta, comunque fosse andata.

E davvero tutto è andato bene: dopo i lunghissimi 45 giorni a letto (in cui ne ho approfittato per studiarmi con calma ciò che più mi piaceva) , con il secondo gesso ho riconquistato la posizione eretta e finalmente ho ripreso a fare qualche supplenza, tornando, con grande emozione, proprio dai miei alunni delle seconde del Ferrarin, fino al termine delle lezioni.
Nel frattempo, la notizia del superamento della prova scritta con un bel voto (36/40) mi ha dato motivo per concentrarmi sulla preparazione dell’orale, così non ho avuto troppo tempo per rendermi conto che, con la tanto attesa liberazione definitiva dal peso della corazza di gesso, ancora lunga era la strada per tornare alla “normalità” e forse nulla sarebbe stato più come prima.

Grazie a quel concorso, e alla specializzazione per il sostegno che ho conseguito successivamente al corso biennale di Canevaro all’EnAIP di Rimini, ma soprattutto grazie a tutti coloro che mi hanno sostenuto nei momenti più difficili, ciascuno con il proprio personale contributo pratico, morale, affettivo, ho visto realizzarsi quella che era la mia meta a livello professionale: il 12 ottobre 1998 sono entrata in ruolo come insegnante di sostegno alla scuola elementare, non in qualche lontana scuola di montagna della provincia, ma proprio nel Circolo Didattico del paese in cui abitavo: San Mauro Pascoli.
E da allora tante altre significative storie di “diversità” si sono intrecciate alla mia, spero con un arricchimento reciproco, perché tanto continuo a ricevere ogni giorno dalla relazione con i miei alunni.
A chi mi chiede perché dopo ormai dieci anni come insegnante di sostegno, per molti situazione scomoda e di poco prestigio, non mi sono decisa a “passare” su posto comune, beh, rispondo col cuore che mi sembra di avere ancora tanto da dare e da ricevere dalle relazioni educative che vivo da questa particolare “posizione”, da questo ruolo di insegnante specializzata, non solo tecnicamente, ma soprattutto umanamente e soprattutto libera da programmazioni che, se pur non nego l’importanza di una buona progettualità, spesso finiscono col vincolare le stesse relazioni umane.
Sono convinta che l’entusiasmo e la passione con cui vivo la vita scolastica quotidianamente (all’inizio di ogni nuovo anno scolastico sono sempre emozionata come il mio primo giorno da alunna nella scuola elementare Rio Salto di Savignano sul Rubicone), siano contagiosi e, nonostante le tante difficoltà che si presentano lungo il percorso, in qualche modo riesco sempre a vedere ciò che di buono c’è in ogni situazione, anche in quelle più inaspettate e inizialmente dalla parvenza disastrosa.
È vero, mi arrabbio, mi avvilisco momentaneamente, poi scatta qualcosa, a volte così, dal conforto di uno sguardo, una parola, un gesto ricevuto, a volte dal coraggio e dalla volontà con cui alcune persone “vicine” continuano a fare bene ciò in cui credono, altre ancora in cui mi sento assolutamente sola e so che devo trovare dentro di me la forza per iniziare a delineare qualcosa in quel grande foglio ancora bianco che è il futuro.
Poche sono le certezze, ma se si vive nella paura dell’imprevisto e del diverso, cercando di evitare tutto ciò che è difficile, son convinta che poche saranno le occasioni per “sentirsi bene”, per crescere e lasciar crescere, per emozionarsi ed emozionare, per dare a ciascuno la possibilità di arricchirsi interiormente.
E quando proprio l’orizzonte sembra oscurarsi in modo minaccioso, ecco che la piccola grande stella della mia vita riesce a rischiarare tutto con la chiarezza dei suoi due anni: mia figlia Gaia, … ma questa è un’altra storia, meravigliosa e coinvolgente più che mai…







San Mauro Pascoli, settembre 2007



Sezione: Didattica
Sottosezione: Varie
Scritto da: Michaela Fellini
Inserito il: 07/11/2007

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21/05/2019
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