Paedagogica - Sito pedagogico-didattico dell'U.S.P. di Forlì-Cesena » U.S.P. di
Forlì-Cesena

Novità
   HOME    NOVITA'    EDITORIALE    FONDAZIONI    DIDATTICA    PROGETTI  

Introduzione
Rivista numero 1
Rivista numero 0
Articoli anno 2018
Articoli anno 2017
Articoli anno 2016
Articoli anno 2015
Articoli anno 2014
Articoli anno 2013
Articoli anno 2012
Articoli anno 2011
Articoli anno 2010
Articoli anno 2009
Articoli anno 2008
Articoli anno 2007
Articoli anno 2006
Articoli anno 2005
Articoli anno 2004
Articoli anno 2003
 

Cerca nel sito:
Accessibilità
Link utili
Redazione
Mappa del sito
Login
Credits





Sezione Novità


Frammenti di Natale
Una scuola delle scuole più devote alle tradizioni e dunque all’avvenire, quella di Gatteo, affidandosi al tempo dell’attenzione e del prendersi cura si propone alle famiglie e ai cittadini con un suo “Racconto per l’incontro ”

Brani dal volume

NATALE ERA UNA ATTESA (Narda Fattori)

Natale è nell’aria che giorno dopo giorno rinfresca, nei giorni che hanno una luce sempre più debole e breve, in un’attesa indefinita che qualcosa ha da succedere, che qualcosa succederà.
A novembre non sappiamo ancora cosa, ma appena svoltata la pagina del calendario, siamo a dicembre e le attese si fanno impellenze. Che nevichi, che si vada verso la notte più lunga, che si facciano vacanze, che si ricevano regali, e quali scegliere e a chi, intanto attorno si accendono le luminarie, si imbellettano gli alberelli di fiocchi rossi o d’argento, ci si adopra attorno ai presepi, sempre più simbolici nei piccoli appartamenti familiari, sempre più numerosi ed essenziali all’esterno, e gli abeti sono tutto un ornamento , perdono il nome e si chiamano alberi di Natale.
Una strana frenesia percorre le contrade e la folla s’infittisce stringendosi nelle sciarpe.
Oggi. Già terzo millennio. Ma ieri? E per ieri intendo la seconda metà del secolo ventesimo.
Ieri è raccolto e raccontato negli stralci di narrazioni che troverete in questo libretto.
Ieri il Natale era festa di religione, la più grande per i cattolici, quella imprescindibile: la festa della salvezza in cui tutto il dolore del mondo viene riscattato da un Bambino nato in una grotta o in un ovile , in Palestina, ebreo, povero, di concepimento chiacchierato.
Egli si presentò allora sulla scena come succede agli ultimi e predicò che essi sarebbero stati i primi ad entrare nel suo regno di amore e di pace e di abbondanza , quasi una cornucopia di ciò che esiste di bello, di buono.
E la Sua vita conobbe la derisione e la condanna i chiodi e gli spini , la ferita al costato, l’arsura, il desiderio di vita quando la morte sovrasta.
Uomo fra gli uomini, Re senza terra e sudditi.
Il Natale del mio e del condiviso amarcord era festa dell’attesa dell’evento supremo: la nascita del Bambinello ebreo-palestinese, futuro Salvatore dell’umanità credente e /o comunque di buona volontà.
Varrà la pena sottolineare , in tempo di guerra, che Egli ricucì non due nazioni, ma di due fece una, introiettata nel suo tempo.
In Romagna , Natale non portava doni, forse un cibo migliore, un paio di calzini nuovi, qualche noce. Natale era l’attesa: il ciocco nel camino, scelto da mesi, ben secco, che doveva bruciare tutta la nottata per riscaldare chi nasceva in una stalla e nudo. Ogni casa diventava quella stalla, quella grotta ; e così l’acqua e l’asciugamano pulito per lavare il Neonato, la letterina dei buoni propositi, promessa terrena in attesa del premio celeste. Ci pensava poi la Befana a qualche dolcetto, a qualche gioco.
Vale veramente la pena leggere questi frammenti di madeleine per capire quali abissi si siano scavati in pochi decenni fra il Significato e il costume.
Siamo in tempi paurosamente merceologici dove ogni avere definisce l’essere, non l’esistere e si è tornati politeisti e pagani, abbiamo idoli ( cellulari, palmari ,TV al plasma, DVD, CD, carte di credito, ……..) e miti che durano meno di una vita media. Questi nuovi dei… senza attesa, senza futuro, senza promesse.
Naufraghiamo stipati in container di merci e l’attesa è venuta a mancare.
Natale torna sempre ogni 25 Dicembre ma incontra un’umanità sempre più smarrita e svuotata.
Allora vale la pena ricordare chi siamo stati e da dove siamo venuti; è importante recuperare quell’essere senza apparenze che dalla festa traeva nutrimento per la vita.
Credo che il lavoro per censire questi frammenti di memoria sia prezioso per chi ricorda e per chi non c’era e non ha conosciuto quei tempi semplici e pieni, dalla dirittura certa.



MI SVEGLIAVA IL SILENZIO…. ( Loretta Buda)

“Dare inizio ad un’inedita coltivazione:
negli antichi solchi produrre un nuovo grano “
C. Péguy

Rileggere le testimonianze è stato come muovere uno di quegli annosi souvenir che venivano posati, e presto dimenticati, sul ripiano del comò o della credenza; piccoli globi di vetro che racchiudevano paesaggi afflitti da una banalità esasperata ma, se li capovolgevi, come per magia, all’interno cominciava a sfarfallare la neve. Quei fiocchi cosi finti ma tanto belli da sembrar veri cancellavano l’insignificanza del paesaggio. Dai fogli consegnati dai bambini sono emerse scritture che hanno vivacizzato una realtà che forse speciale non era ma che, nella semplicità delle azioni e nell’autenticità delle attenzioni, conservava intatto il senso di Natale. I genitori, i nonni e gli anziani hanno trovato le parole necessarie per risvegliare angoli di memoria assopita, parole utili per ricondurci ad un passato che chiede di essere rinominato perchè questa festa,la più”comandata”di tutte, continui ad essere “un ininterrotto racconto dall’insopprimibile memoria”. Un racconto dove l’evento di Betlemme non sia fine a se stesso ma si configuri come la tappa di un viaggio orientato da scelte di amore credibili e accessibili. Non è facile mettersi in cammino in un tempo in cui il futuro si propone con incerte promesse e il cielo,un tempo origine e domicilio dei sogni, è diventato testimone indifferente delle nostre vicende. “Dicevamo le preghiere,poi andavamo a vedere nel cielo se c’era la stella cometa”.Il cielo, oscurato da false costellazioni, oggi non ha più spettatori, neppure i bambini sembrano disposti ad offrirgli sguardi incantati. “Sotto Natale” anche il buio era vissuto diversamente: “di notte era stupendo guardare i grossi fiocchi di neve che cadevano in silenzio”. Io ricordo un buio che irrompeva nel pomeriggio e, sollecitando rientri domestici, si consegnava alla notte la quale, con le sue interminabili ore, ingigantiva l’attesa e creava spazi di pensiero nei quali, sacralità e magia convivevano. La mattina di Natale mi svegliava il silenzio e, mentre aspettavo che la luce si concedesse al giorno, chiudevo gli occhi, pensavo a Gesù che era nato da poche ore;accoccolandomi fra le coperte, mi disponevo ad essere più buona e più brava nel giorno della sua festa. Dalla strada, il ticchettio dei passi della signorina Gardini, la signorina dai giorni tutti feriali, interrompeva le mie riflessioni e mi segnalava che erano quasi le 8, quindi, potevo alzarmi. Scendevo dal letto ed ero felice perchè non erano le 8 di sempre, erano le 8 della mattina di Natale e tutto diventava speciale: la neve, il cielo, il freddo, l’incontro, il saluto, il risveglio. “Natale era il giorno più bello dell’anno perchè in quel giorno era sicuro che si mangiava. Mi piaceva anche perchè mia mamma si alzava quando era ancora buio per preparare il brodo così, a pranzo,dopo un anno di attesa, si mangiavano i cappelletti. Un Natale che era bello e santo ma soprattutto “buono”; era un buon Natale perchè “la mia nonna cucinava tante cose buone,e dopo aver ringraziato il Signore, si cominciava a gustare quel cibo delle grandi occasioni”.Le memorie recuperate, nella molteplicità di “luoghi di vita” che presentano, permettono ad ognuno di ritrovare la traccia per ritornare a casa; tracce che disegnano la mappa di un mondo esteso, privo di frontiere che ci include e ci compenetra; luoghi non più localizzati nei quali ognuno può sentirsi “di casa” perchè, riconoscendosi nelle suggestioni e nelle trepidazioni dell’infanzia recupera la sonorità autentica di una Festa dove, come afferma Galimberti, in gioco c’è l’uomo e la sua storia guardati da un punto di vista molto esigente: il punto di vista per cui nascere non basta. L’augurio conclusivo, oltre all’ immediata offerta di gioia e serenità per tutti, sottintende anche la speranza che i bambini e le bambine possano crescere sotto un cielo che orienta e che la vita riservi loro, se non felicità spettacolari, quelle piccole felicità che assicurano futuro e memoria all’oggi insieme ai presupposti per riuscire a gestire la quotidianità con il suo insieme di gioie, amarezze, rinunce e consensi. Forse un Natale diverso l’avrei voluto: c’era tanta miseria e avrei desiderato innanzitutto mangiare di più e, se ci fosse stato un solo gioco per me, sarei stato sicuramente felice.



SOLSTIZIO D’INVERNO
( Claudia Scipioni )

“Il vero viaggio della scoperta
non consiste nel vedere nuovi paesaggi
ma nell’avere occhi nuovi”
(Marcel Proust)

I popoli dell’antichità erano influenzate dal mutare delle stagioni, a cui davano, sia pure con espressioni diverse, un unico significato: la lotta del sole (simbolo di luce, prosperità e vita) con la notte (simbolo di tenebre, disgrazia e morte). Culmine di questa lotta era il solstizio d’inverno, periodo dell’anno in cui la notte prendeva il sopravvento sul giorno nelle gelide terre del nord Europa. La nascita adi Colui che avrebbe sconfitto le tenebre si colloca in questo magico periodo.
Il Natale è la festa più sentita a livello familiare e popolare; vecchie tradizioni: fuochi, luci, doni, veglie e dolci, si fondono con la speranza di pace.









Sezione: Novità
Sottosezione: Varie
Scritto da: Buda, Fattori, Scipioni
Inserito il: 20/12/2008

Stampa ... Versione per la stampa



21/05/2019
Visitatori: 1149063
   HOME    NOVITA'    EDITORIALE    FONDAZIONI    DIDATTICA    PROGETTI