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Sezione Fondazioni


“Ti ésti?” Chi è il maestro?
dal gruppo Gruppo di lavoro provinciale di Parma, una delineazione emergente dai millenni della perenne figura del Maestro. Possibilità e difficoltà dell'interpretare la luce



di Maria Adelaide Petrillo





Prima di domandarci “cos’ha da fare un maestro”, è opportuno chiederci “Ti ésti?” chi è il maestro.
Non vogliamo qui darne un identikit: ciascuno è se stesso, unico, irripetibile, differente dagli altri. L’originalità della persona vale ovviamente anche per chi esercita questo mestiere.
Voglio partire nella mia riflessione, proprio dalla parola mestiere, usata talvolta con valenza negativa e recuperarne il valore positivo, corroborandola con ulteriori significati.
Un tempo per imparare un’arte, il bambino veniva mandato “a bottega” e lì, per anni, viveva accanto al maestro che gli insegnava i segreti: i misteri di quel mestiere.
Maestro, mestiere, mistero: intreccio di assonanze e di significati.
Nel Vangelo il Cristo è chiamato dai discepoli “Rabbì”- maestro, cioè Colui che parla con autorità, con autorevolezza.
Chi è dunque oggi il maestro?
E’ colui che aspira a possedere la disciplina, a padroneggiarla, a penetrarla, a esplorarne l’altezza, la larghezza, la profondità. La ama, perché la conosce (anche nel senso biblico).
Chi insegna deve amare ciò che trasmette.
Come una vestale ne mantiene accesa la fiamma e appiccia il fuoco per osmosi nei suoi discepoli.
La disciplina è anche un mistero. Non la si domina, non la si possiede mai in modo definitivo e completo.
Il maestro è un mistagogo, egli prende per mano il discepolo e con lui va attraverso le vie della disciplina, per esplorare con lui, per meravigliarsi e stupirsi di nuovo, per scoprire con lui, per giungere fino alla soglia del mistero, all’ultima stanza inaccessibile: lì abita la Sapienza che a nessuno è dato di possedere, che in un gioco eterno si vela, si svela, si rivela; mai pienamente, mai completamente: si lascia assaporare, si lascia assaggiare, non ci rende mai sazi, ci lascia la fame di sapere ancora, e ancora, e ancora…”Io so di non sapere”
Al maestro è affidata duttile creta da modellare, egli è paziente artigiano, non dovrà mai essere un mestierante.
Chi esercita quest’arte risponde ad una vocazione. E’ un vocato, nominato, cioè chiamato per nome. Nella cultura ebraica il nome indica, rappresenta, abbraccia la persona nella sua interezza. Il maestro è coinvolto nell’atto dell’insegnare, in tutto ciò che fa e dice. Attraverso la disciplina che in-segna egli educa alla vita, attraverso di essa aiuta il discepolo a ricercare e conoscere se stesso.

Il linguaggio è pensiero, comunicazione, relazione, comprensione, espressione, introspezione, ricerca, realizzazione, conoscenza di sé e dell’altro…
Leggere è esplorare altri mondi, è uscire e rientrare nel proprio io, è scoperta, impegno e svago, è evasione…
Scrivere è esperienza, è offerta all’altro, è rivelazione, è riflessione, è condivisione, sfogo, confessione o menzogna, è edificazione, è creazione…
Grammatica è regola, rispetto, obbedienza, fantasia, gioco…
Conversazione è intreccio, assonanza e dissonanza, affermazione e negazione, essere e non essere, è raccontare e raccontarsi, è chiamata, ascolto, risposta, persuasione, antinomia…
Letteratura è radice, tronco, ramo, gemma, fiore, foglia, frutto, seme, è passato e presente, è eternità, è il qui e ora, è vita sempre nuova
Tò autòn estìn èinai tè kai lògos “essere e parlare sono la stessa cosa” Io sono ciò che penso e che esprimo in parola.
Dio crea mentre parla e la sapienza è in Lui, con Lui e l’in-creato è creato, esiste e diviene…
Il maestro è colui che pro-crea: genera i discepoli alla disciplina. Non lavora da solo, ma in una comunità educante in cui il sapere circola, nutre, è diviso e condiviso. Nello spazio “aleggia” l’anima della disciplina, la si respira, diventa ossigeno e nutrimento.
Tutto questo è utopia e sogno, (ne sono consapevole) ma l’utopia ha un fascino arcano, sempre nuovo, ha ali per volare come Icaro fino al sole, condisce il pensiero, lo rende sapido, ma…cum grano salis, perchè non diventi follia!

…E quando l’aria sa di polvere e gesso,
e il tuo collega è ancora assente,
(chè della scuola non gl’importa niente)
hai carte, registri, schede, burocrazia snervante,
alunni distratti, disattenti, demotivati, ineducati
e lo stipendio è ancora inconsistente,
tu non perderti d’animo, vai avanti
e porta la semente da gettare…

Così dice il salmo:
“Nell’andare se ne va e piange
portando la semente da gettare
al suo ritorno canta,
portando tra le braccia i suoi covoni…”

Al maestro non è dato di raccogliere i frutti della semina, ma nostri compagni di viaggio sono ottimismo, pazienza, speranza.

Forse il moderno pensiero debole, ci invita al distacco dalle passioni…eppure io non voglio distaccarmi dalla mia passione; è il “demone” che mi ispira e mi spinge, il mio adorato tiranno.


Potremmo a questo punto aprire altri scenari e porci altri interrogativi:
• Oggi al maestro è richiesto di diventare un tuttologo; alla luce di quanto sopra, come potrà esserlo?...e perché dovrebbe esserlo?
• E la nostra riflessione è un’utopia?
• E’ la farneticazione di un romantico sognatore?
• E’ sufficiente possedere la “tècne” della disciplina?
• Di quanta autorità-autorevolezza gode oggi il maestro?
• Come aiutare il maestro a recuperare la motivazione?
• Deve esserci un solo maestro e quindi un solo modello, o possono coesistere più modelli?


Sezione: Fondazioni
Sottosezione: Processi di Riforma
Scritto da: Maria Adelaide Petrillo
Inserito il: 26/03/2009

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18/03/2019
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