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Sezione Fondazioni


“Parola e tempo. Il rischio della fede nell’epoca delle idolatrie”
Recensione del volume pubblicato negli Annali dell’Istituto superiore di scienze religiose “A.Marvelli” – Pazzini editore in Verucchio, Dicembre 2010, pp. 460

Il libro raccoglie una cinquantina di articoli di studiosi che hanno collaborato all’attività scientifica del prestigioso istituto riminese diretto dal prof. Natalino Valentini. Vi si affronta la qualità e l’intensità della relazione fra la Parola divina e la storia, in particolare quella contemporanea; questa appare oggi più che mai contratta nell’immediato, chiusa all’ascolto di ciò che ha radici lontane e orizzonti venturi lontanissimi. Una storia bloccata su nuove idolatrie, in particolare quelle della macchina economica e soprattutto della relativa teodicea, dottrina implicita al sistema informativo globale in cui un nuovo/antico dio attua un ordine nel mondo stabilendo ciò che è bene e ciò che è male.
Secondo la mia interpretazione di questo libro, l’ idolo che oggi occulta ogni altro valore è appunto l’ideologia economica, ormai affermata nella cultura di massa come l’odierno sapere dei saperi, sapere in grado di valutare (ridurre a valuta) tutti gli altri e di orientare azioni senza altri principi che quelli contenuti nei suoi libri, consacrati nei suoi miti o praticati nei suoi templi. Andando oltre la stessa idea del denaro come segno della benevolenza divina, ma di un dio comunque altro dal denaro stesso (Weber, Etica protestante e spirito del capitalismo), oggi l’apparato della comunicazione globale predica appena con qualche ipocrisia residua che il denaro è Dio, è il nuovo soggetto assoluto che “cammina alla testa del popolo” nelle infinite processioni della liturgia economica e la economia finanziaria è la nuova teologia, creatrice e provvidenziale.
Certo l’universo valoriale di molti è ancora articolato su una pluralità di valori e non tutta la scienza economica è afflitta dal disconoscimento di valori che non siano i propri, ma quel che prevalentemente mente “passa” è l’idea del profitto come principio supremo, del denaro come fine dell’esistenza e dei saperi che se ne occupano come “veri“ saperi. Il resto? Tutte chiacchiere.
Il volume raccoglie alcuni dei frutti preziosi della riflessione su duemila anni di storia in cui –anche a prescindere dall’autenticità del Vangelo come messaggio di un Dio trascendente che crea, ama, corrisponde con il mondo- le migliori intelligenze di questi secoli si sono interrogate sulle questioni cardinali dell’esistenza e di ciò che forse sta nell’altrove. In un’epoca in cui, con Solov’ev, la maggior parte dei (ristrettamente) pensanti sono divenuti increduli ma in cui i credenti sono divenuti pensanti.
Gli scopi del volume sono enunciati dal curatore Natalino Valentini: disegnare le forme antropologiche di una rinnovata intenzionalità del piano religioso, nel suo sviluppare tra Vangelo e cultura i tentativi di cercare di “tenere insieme lungo la via della conoscenza simbolica cose eterne e cose attuali, memoria e profezia”, in una fenomenologia dell’altro in carne ed ossa e dell’Altro.
L’auspicio di Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini, è che, lontani dal catastrofismo nichilistico (ogni verità è distrutta) come dall’irenismo (non esistono dei “falsi e bugiardi”, qualsiasi discorso costruisce insieme agli altri la verità) si trovi nella preghiera il contatto con il divino nella sua autenticità.
Fondazionale, quanto discutibile la tesi di Luigi Alici: il relativismo come profanazione delle differenze radicali e come cieca filosofia dell’indifferenza. Porterebbe secondo il docente di filosofia morale a Macerata a pensare che non solo ogni cosa è e acquisisce/disperde valore nella e dalla sua relazione con le altre, in processi di reciproca donazione o sottrazione di significato, ma anche che non sussistano valori sottratti al condizionamento della storia, che è storia di relatività. Ad avviso di questo recensore se io devo quasi tutto a Dio, devo molto anche ad altri e pure Dio mi deve qualcosa. Siamo tutti –anche Dio- nella relazione; nessuno è ab-solutus. Sarebbe un idolo.
Piergiorgio Grassi (Filosofia della religione, Urbino), uno dei più importanti allievi del sommo Italo Mancini, richiamandosi oltre che al suo maestro anche a Barth e Bonheffer, si confronta con la teoria di quel Dio “totalmente altro” che solo attraverso la rivelazione possiamo intravvedere. Forse gli idoli sono –penso io- il povero surrogato con cui si cerca di compensare la distanza infinita di quel Dio che ha parlato durante il millennio ebraico, in seguito per 33 anni e poi si è fatto intendere solo attraverso le spesso contrastanti affermazioni delle chiese cristiane, in cui talvolta anche Dio è stato presentato come fosse un totem.
Piacere senza felicità (saggio di Nevio Genghini) e potere senza limiti e responsabilità, ovvero dominio (Pierpaolo Parma) sono alcuni dei modi dell’idolatria o dell’auto-idolatria proiettata all’esterno. Di speciale interesse lo studio di Elisabetta Casadei, autrice anche di un altro scritto su un diario ritrovato di Alberto Marvelli, sull’idolatria come malattia dello spirito nel contempo effetto e causa del contrarsi dell’anima, talvolta fino a divenire malattia psichica.
Di notevole rilevanza storiografica lo studio di Raffaele Savigni sul concilio di Rimini del 359, epoca di idoli che conservavano ancora un pò della forza degli antichi dei, tempo qualche volta di vescovi cristiani che combattevano con gli stessi metodi dei più feroci tra i pagani.
La terza parte “Agorà, città e cultura” si apre con un’ulteriore riflessione del vescovo Lambiasi sul rapporto tra la neonata università, la città e chiesa riminesi. Realtà che vanno proposte con forza a interlocutori sinora piuttosto autoreferenziali e a docenti che di rado risiedono in Rimini e che forse anche per questo non dialogano e faticano a condurre i discorsi “versus unum” come anche il termine “università” chiederebbe.
Ho apprezzato in particolare anche lo scritto Cristocentrismo e pluralismo religioso” di Fabrizio Zaccarini. La lettura della conversazione faentina da cui è tratto l’articolo sollecita nei lettori il rinnovo di una domanda martiniana: è davvero la crocefissione l’evento centrale in cui Dio si è con maggior fulgore manifestato? O la nascita? O, più ancora, la resurrezione?
La quarta parte del volume riguarda “I volti dell’ebraismo”, la religione dei “fratelli maggiori” e vi si legge di una delle questioni essenziali della genesi delle religioni: la trasformarne di un dio senza volto in un Dio che si mostra e s’incarna, e assume un volto “volto a”, come scriverebbe Italo Mancini, il grande filosofo della religione allievo di Bontadini.
Il volume contiene anche un acuto studio di Loretta Iannascoli sulla visione filosofica religiosa nella poesia di Agostino Venanzio Reali, altra grande anima del Novecento romagnolo insieme a Marvelli, nata a Montetiffi: la poesia è essenzialmente la luce delle cose nella sua purezza, è l’infinito che di si manifesta per brevi ma segnanti note di colore; rivela la bontà ontologica delle cose e dell’uomo che le conosce senza idolatrarle, né disprezzarle in un distruttivo e autodistruttivo “contemptus mundi”.
Il volume si chiude con scritti in memoriam di altre significative figure del nostro tempo e alcune recensioni. Invogliante alla lettura quella su “La colonna e il fondamento della verità” dello scienziato e teologo ortodosso P.A. Florenskij (ricordate Iconostasi ? ) e quella sulle lettere che Vittoria Guerrini scrisse alla fenomenologa Maria Zambrano. Un’invito a una analisi non superficiale e non propagandistica si può intravvedere nella recensione di “I nodi della vita” di R.Gallinaro sui temi di una bioetica non irrigidita in schemi precostituiti.

Il libro contiene vari altri saggi, articoli e recensioni di non minore rilevanza. Mi permetto di proporre due riflessioni

Essere più buoni con gli idoli, oltrevedervi delle icone
Non tutti gli dei sono sempre idoli menzogneri. Da molti millenni l’umanità prova a soddisfare almeno in parte la sua sete d’eterno e d’infinito, a evocare qualche risposta visibile e stabile alla sua radicale domanda di fondazione, se non proprio di fondamento. Per chi (con Agostino, “mihi quaestio factus sum”) è esso stesso essenzialmente una domanda, è eroicamente arduo continuare per tutta la vita a invocare l’invisibile, chi non risponde e potrebbe non avere udito. Che fosse un idolo o un altare, il sole o la luna o un fiume o un albero o anche un vitello d’oro o un televisore o un computer a offrire un simulacro o una via magari sbagliata per una qualche forma di risposta a questa domanda costitutiva dell’esistente umano, non rappresenta una gamma di manifestazioni intrinsecamente negativa.
Gli dei non sono sempre “falsi e bugiardi” come pensava Dante; è l’occhio miope che li fa divenire idoli, mentre da uno sguardo alto e profondo potrebbero essere costituiti in icone del divino. Peraltro anche le parole della Bibbia e di ogni altro grande testo religioso possono essere interpretate idolatricamente.

Essenzialità del pensiero teologico
La teologia ha rappresentato per 1700 anni quel sapere generale, quella struttura profonda che ha orientato i saperi delle varie regioni ontologiche e delle stesse scienze del mondo fisico. E la sua potenza fossile agisce ancora in chiunque lavori alla costruzione del conoscere; è essenziale in quanto generativa di sentimenti di pensiero e di precomprensioni. Ha costituito -nel troppo lungo tacere delle Parola e nella debolezza delle capacità profetiche della comunità umana- una forma di sapere ermeneutico, non epistemico (tendente a rappresentare ciò che assolutamente sta) ma epistemologico (discorrente sulla scaturigine e sull’unità profonda della serie dei fenomeni). Può costituire ancor oggi una filosofia critica di fronte alle assiologie di successo e offrire i valori da additare ai giovani e ai loro maestri, un orientamento che Heidegger definirebbe “per radi cenni” ( M.H.,Seminari di Zuhringen).
La teologia, ancor oggi sciaguratamente esclusa dalle facoltà di Stato, costituisce una conoscenza necessaria come fondazione non più rocciosa ma che semplicemente accade, accompagna l’uomo nel suo domandare sulle origini e le destinazioni, evento di lettura dell’interezza degli eventi, paideia, comprensione e invito alla pienezza, proposta di pensiero e di vita, fonte di luce.

Gabriele Boselli


Sezione: Fondazioni
Sottosezione: Argomenti vari
Scritto da: GB
Inserito il: 10/01/2011

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20/02/2019
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