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Sezione Editoriale


Sulla creatività nel tempo del non-pensiero
La crisi del pensare prosegue ed è aggravata da due fenomeni: globalizzazione spinta del potere economico e incretinimento delle masse attraverso i meccanismi di controllo di Internet. La via d’uscita è una ripresa del pensiero critico e creativo

1. Liberare la creatività

La creatività di cui parlo esprime una perennità del soggetto umano che attraversa il tempo; non è, come quella propria di Dio, radicata nell'eterno, fuori dal tempo. Non opera dal nulla ma dal tutto, dalle cose che sono state e da quelle che saranno; è nel punto di collimazione e coincidenza tra il passato e il futuro.
E’ tuttavia impresupposta, pura, disinteressata, gratuita, potenzialmente rivoluzionaria e per ciò relegata in luoghi di confino, resa pressoché invisibile da masse enormi di vuote informazioni conformistiche. Le voci dei tanti Copernico che pur devono esserci nel nostro tempo (vi sono più ricercatori oggi viventi di quanti non ve ne siano stati nell’intera storia dell’uomo) sono in gran parte messe a tacere dal frastuono della banalità. Su questo fronte le cose non stanno andando bene e probabilmente peggioreranno. Può darsi che nei prossimi anni il contatto/conflitto fra gli integralismi (i. tecnologico, i. economico, i.religioso di rito islamico etc,) provochi ulteriore compressione delle forme dialoganti, creative e critiche del pensare e il forzoso compattamento semplificatorio delle varie posizioni oggi ancora resistenti. Il pluralismo, la policromia delle forme del pensare sono intesi come “lussi” che solo in situazioni relativamente stazionarie e fondazionalmente omogenee possono essere lasciati sopravvivere. La guerra delle economie, delle ideologie e degli eserciti richiede che tutti si stringano disciplinatamente dietro ai rispettivi comandanti. Così andiamo forse, in questo Occidente che per propria rapinosa sete di ricchezze ha finito con l’essere largamente invaso, verso tempi di durissima induzione di “pensiero” seriale, dominato attraverso meccaniche internet, non pensante, adialettico, stratificato secondo le necessità della lotta economico/militare, del sequestro delle risorse naturali e agricole (1) e della divisione interna e internazionale del lavoro: si richiedono per l’immediato domani, prevalentemente, folte masse capaci di pensiero convergente, esecutivo/applicativo (per queste, cui non serve creatività e da fabbricarsi attraverso l’istruzione professionale, vi sarà un’apposita linea d’istruzione superiore), masse minori in grado di produrre prestazioni di tipo applicativo/produttivo, ristrette élites di tecnici, managers e, in funzione della creazione del lusso per la parte colta delle elites, artisti e geni in grado di pensare creativamente. Quanto ai padroni dell’economia globale e della comunicazione internet, il problema non si pone: il potere può essere anche in mano ai comici, tanto si regge sulla forza, quasi indipendentemente dalle virtù morali e dalle facoltà intellettuali.
Una tipologia umana funzionalmente differenziata (v. Luhmann e Ravaglioli) e quantitativamente distribuita secondo i bisogni dell’apparato produttivo e dissipativo è l’ordinativo dei gruppi di potere vincenti.
La tradizione culturale dell’Occidente e il dovere di onorare l’eredità del pensiero filosofico e pedagogico occidentale ci danno altre indicazioni, ci fan cenno a una perenne e divina facoltà della specie cui apparteniamo: creare. Non creare è non essere, non dare spazio alla infinita virtualità di ogni soggetto umano; io, infinito frammento di infinito, sono per quel poco o quel tanto di mio che riesco a offrire al mondo nella mia ora di luce. Il soggetto, di per sè finito, attraverso la finestra della creatività può illuminare il mondo con infiniti raggi di luce, divenire egli stesso una epifania di quel Dio che la tradizione ebraico-cristiana peraltro indica da sempre come suo Padre. Solo l’integralismo ateistico della modernità poteva far sì che si ritenesse improponibile ogni domanda sull’Oltre, che il figlio disconoscesse il Padre e con ciò perdesse ogni attributo divino, divenisse mortale anche nello spirito, limitato anche nell’anima, incapace di creare. Educare alla creatività è fare spazio all’infinito nel suo riflettersi nell’esistente concreto.
Educare alla creatività vuol dire dunque lasciarsi intelligentemente essere, lasciar agire l’infinito che è in ciascuno di noi. L’educazione di tutti al pensiero creativo (nonché critico) è parte essenziale della perenne missione della scuola, da Socrate a oggi, all'anno IOOOO e oltre, finchè vi sarà donna o uomo sulla Terra. Possono arrivare tutte le prescrizioni più livellanti, ci possono imporre tutte le procedure programmatorie immaginabili, scorticarci con tutte le “valutazioni oggettive” pensabili: noi continueremo ad aiutare bambini e giovani a essere uomini liberi nel pensare e pensando creare il loro mondo, divenire con-creatori della storia e autori della loro vita.
Porre il problema delle scaturigini della creatività anche nella stagione del non-pensiero significa infatti parlare delle possibilità del lasciar-vedere-ulteriormente entro e al di fuori dai disegni pre-costituiti; dun¬que in primo luogo dei limiti e delle possibilità dell'ulteriore, del complesso delle pro-tensioni verso l'alterità (altro dall'acquisito) che é nel soggetto pensante.
Illustreremo anche come le creazioni non siano sempre intenzionali; a volte sono esse che ci sorprendono e noi diveniamo loro creature. Creare è anche sorprendersi in ciò che abbiamo portato alla luce e in questo ri-crearsi.

Opera umana, opera divina

Contingenza e temporalità tengono il soggetto prigioniero: a volte la prigione globale innervata da Internet provoca una reazione di pensiero, altre istupidimento. Il soggetto, individuale e collettivo va per contro pedagogicamente indotto a protendersi non nel solo presente (il che é perseguito fino a sfinimento dell'interessato dal sistema informativo/conformativo) ma anche nel passato, nei presenti/possibili e impossibili e verso il futuro; va anche aiutato a protendersi nel lontano, ma nel lontano vero, nel lontano-altro, non in quello marca Disneywordl.
Nel suo sostenere la pro-tensione ad altro del soggetto (che oggi, come figura filosofica e come ente individuale, ha i suoi problemi) la pedagogia perenne lo indirizza all'immissione nelle correnti di senso in cui fluisce lo Spirito della cultura occidentale. Ma non lo lascia privo di legni per galleggiare sui flutti, per non perdersi, per salvarsi come identità distinta. Le pedagogie dell'idealismo e della fenomenologia -pedagogie intrinsecamente amiche della creatività che vengono o dal lontano passato o dal futuro e non sono "tecniche"- sanno anche dei limiti che l'agire educativo deve porsi e in ciò si pongono in contrasto con la prevalente pedagogia del Moderno.
Infatti la pedagogia tardomoderna é estranea al problema dell'oltre, del senso, dell'inedito. Dimentica anche il limite. E quando non sanno più scorgere limiti, le azioni degli agenti sistemici perdono il rispetto del mondo nel suo insieme e delle persone. Quel che conta é solo l'anonima massa intenzionale degli interessi forti e determinanti pratiche convergenti, in ambito educativo come altrove.

Limiti dell'intenzionalità collettiva e guasti dell' interventismo

Penso che la principale novità apportata dalla dottrina fenomenologica della creatività in ambiente pedagogico sia lo spostamento del baricentro dei processi cognitivi dall'io (idealismo tedesco), o dalla cosa (positivismi) verso l'altro (persona o fenomeno fisico) e il suo collocamento nel luogo della relazione e del gioco. Creatività é in fenomenologia protendersi all'oggetto assente e che ci chiama, stando e possibilmente sapendo di stare (o rispettando lo stare) ai bordi dell'orizzonte consolidato, negli intervalli tra le regole dei giochi, senza autoreferenzialità e senza volontà di potenza.
La produttività (che sta alla creatività come i “Quattro salti in padella” stanno ai cibi dell’Enoteca nazionale Pinchiorri o, per le signore, i merletti fatti a macchina stanno a quelli di Burano) caratterizza molte delle esperienze vissute; la creatività é metaintenzionale, assiste il costituirsi di correnti soggettuali nuove e personali, unità di coscienza ai vari stadi di formazione. I soggetti in formazione non sono cose (enti inintenzionali, hardware biologico modulare e programmabile) o produttori di cose ma autori di atti, espressioni dello sporgersi del soggetto ai bordi del proprio orizzonte, segni del suo entrare in un territorio nuovo, costitutivo di orizzonti più ampi.

Riemersione del soggetto creante in ambiente pedagogico

La diffusa atrofia della capacità di creare indotta nel soggetto tardomoderno dal sistema informativo globale è diffusa in ogni attività umana. Trionfa il pensiero convergente e applicativo. Così è pure, anche se meno che in altri ambiti, in educazione; ivi sono state da tempo denunciate sia la mortificazione e lo sfruttamento del soggetto a opera del sistema, sia la riduzione dei mondi vitali e delle possibilità creative ad opera di sistemi di valutazione economicisticamente centrati e massificanti e dall’informatizzazione dei processi comunicativi e didattici (recentemente anche politici).
Delle buone vie di reazione/proazione potrebbero esser quelle di
-Coltivare l'epoché difensiva: non subire il mondo-cosa e soprattutto il mondo alieno degli apparati di massa direttamente, senza la protezione assicurata da operazioni intellettuali ed emotive di parentesizzazione (intenzionalità di difesa da masse informative sistemiche).
-considerare come l'analisi trascendentale ci abbia mostrato in fenomenologia come il soggetto "in salute" tenda, attraverso il suo "essere-corpo" e strutture come la temporalità, la spazialità e i linguaggi, a costituire il "mondo della vita", ovvero a progettarsi nel mondo. Pro-gettarsi come immettersi nel flusso aperto all'esperienza della soggettività e all'attraversamento nell'intersoggettività
-recupero del punto di vista trascendentale: guardare e progettare non dal punto di vista del soggetto-altro ( impossi¬bile) e nemmeno dal solo punto di vista personale e/o della società ( sarebbe alienante) ma secondo lo stato della relazione complessiva che il soggetto, confortato dall'amicizia del maestro e dei condiscepoli, può instaurare con gli elementi del suo campo di esperienze
-ritrovare la propria via originale e con essa muovere verso un suo trascendimento autentico, ovvero radicato nel soggetto, nella storia che lo (ci) attraversa, nel futuro che aspetta (pedagogia dell'attesa);
-cogliere la deintenzionalizzazione dell'esistere pedagogico del docente in atto nelle scuole per effetto di modelli progettuali prescrittivi e di tecniche di valutazione oggettivistiche;
-riprender coscienza che in ogni uomo vi è comunque un frammento della potestà divina del creare, di donare se stessi al mondo, di portare all’essere ciò che non era. Nella vita come nei processi educativi, questo è essenziale.


Oltre ai testi citati nella pagina si suggeriscono -per la comprensione delle temati¬che a livello scientifico- le se¬guenti letture

Heidegger "La svolta", Genova, Il Melangolo, 1990
J.F.Lyotard "La condizione postmoderna", Feltrinelli "81
Cambi, Cives, Fornaca" Complessità, pedagogia critica, educazione democratica" Firenze, La Nuova Italia, '91
Vanna Iori "Essere per l'educazione" La Nuova Italia, I988
F.Ravaglioli “Fisionomia dell’istruzione attuale” Roma, Armando
L.Rosati “Metodologia della cultura e didattica,Brescia, La Scuola,I988
H.G. Gadamer “Verità e metodo” Milano, Bompiani,1986
Gabriele Boselli (a cura di) Modelli pedagogici per gli anni ottanta" Bersani, 198O
AA VV “Pedagogia al limite” Firenze, La Nuova Italia, I988.
Gabriele Boselli Non-pensiero. Per un’educazione al pensare venturo, Erikson 2007
Agostina Melucci "Parole di donne, frequenze di luce"in INFANZIA, Maggio-Giugno 91


Sezione: Editoriale
Sottosezione: Editoriale
Scritto da: gb
Inserito il: 27/03/2013

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