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Sezione Novità


SCUOLA E ISTRUZIONE NELLO STATO PONTIFICIO DELLA RESTAURAZIONE
Convegno tenutosi presso il TEATRO VERDI – FORLIMPOPOLI addì 26 febbraio 2014

di Lorella Zauli



Saluti delle autorità:
- Sindaco Zoffoli: quella di oggi è una nuova grande pagina di cultura
- Mons. Zattini, vicario del vescovo: plaude, a nome di tutta la comunità cristiana, all’iniziativa, nel 50° anniversario della traslazione della salma di San Ruffillo.

Boselli:
Il passato è elemento conoscitivo del presente.
L’insegnante/Maestro è punto di addensamento delle origini e del senso della storia; è al centro del tempo. Comunque, anche quando il tempo non lo riconosce. Si è Maestri, se lo si è, indipendentemente dall'epoca in cui ci si trova a nascere e a compiere la propria missione.
La scuola -spazio di persone amiche tra loro- ha radici lontanissime, ma è intenzionata ben oltre il tempo presente.

Saluti dei due Dirigenti scolastici di Forlimpopoli: prima Brunet, poi Biguzzi, che ringraziano le autorità e l’amministrazione comunale e sottolineano la forte vocazione culturale di Forlimpopoli.

Prof. Silvano Bedei, curatore e organizzatore della mostra:
Il materiale documentale oggetto della ricerca è molto ricco, dai carteggi amministrativi, alle prove d’esame e ai numerosi mazzi di compiti degli alunni delle scuole elementari e del corso di umanità, retorica e grammatica (corrispondente alle odierne secondarie di 1° grado).

Prof. Dino Mengozzi (docente di storia contemporanea all’Università di Urbino):
Parte dal Congresso di Vienna e dal rientro a Roma di Papa Pio VII (nato a Cesena), per un periodo prigioniero in Francia.
Nasce e diventa estetica politica l’idea nazionale, la quale è spesso un messaggio indiretto, capace di non essere intercettato neppure da giornali reazionari perché, ad esempio, i messaggi e gli ideali vengono trasferiti in epoche passate, vedi ad esempio i “Vespri” di Hayez (foto a fianco), ambientati nel 1200 o i “Promessi Sposi” ambientati nel 1600.
L’idea di nazione vuole ridisegnare anche la famiglia, la salvaguardia dei ruoli, la difesa della donna e dello spazio territoriale. Si nega la figura del cicisbeo, è all’uomo che spetta la difesa della donna. Quadro simbolo di questa idea “Il bacio” di Hayez (foto a destra).
Altra contrapposizione di questo periodo è quella fra il principio di legittimità, quello che trasmette il potere per dinastia, e il principio di autoinvestitura, quello per il quale Napoleone si autoincorona imperatore. Con la Restaurazione i legittimi sovrani si insediano di nuovo nei loro regni. L’espressione “Romagna inquieta” nasce dallo spirito nazionale (per andare da Forlimpopoli a Milano o a Napoli era necessario il passaporto).
Lo stato pontificio ha difficoltà a darsi delle riforme (anzi ripristina il maggiorascato, il diritto del primogenito a ereditare tutto il patrimonio paterno), perché non è uno stato assoluto. Per questo il commercio è fermo e l’agricoltura è abbandonata a se stessa (c’è il periodo della febbre del baco da seta, che però non diventa crescita, poiché i bachi non vengono poi lavorati; hanno successo la barbabietola e il tabacco, meno la patata, che si considerava adatta solo a cibare gli animali). Non è però più agricoltura di autoconsumo, bensì economia rurale. Crescono il contrabbando e il brigantaggio: i briganti rubavano in modo particolare tessuti e orologi a cucù, dimostrando i limiti del protezionismo doganale.
Si sofferma sulla figura di Piero Maroncelli, musicista, scrittore, patriota e anche seduttore romagnolo, che mette il cattiva luce il Papa al quale, sulla scia degli ideali di famiglia di cui sopra, rimprovera di avergli impedito, dopo dieci anni di prigione trascorsi nello Spielberg assieme a Silvio Pellico e l’amputazione di una gamba, di incontrare la madre (vedi la sua opera “Addizioni all’opera di Silvio Pellico”, del 1833).
Nel 1831 le province unite della Romagna dichiarano decaduto lo stato temporale della Chiesa, però solo per due mesi. La repressione successiva è violenta, tanto che per due anni le Università vengono chiuse. Meno severa è la repressione nei confronti delle scuole più basse, perché i fanciulli più piccoli sono considerati più innocenti, meno pericolosi. Gli alunni eccellenti vengono stimolati e premiati, vengono loro dettati testi contro l’individualismo.

Mirella D’Ascenzo, prof.ssa del Dipartimento di Scienza dell’Educazione di Bologna:
La lotta all’analfabetismo e all’ignoranza ha origini remotissime. Cita una relazione del 1880, nella quale Gabelli dichiara l’inconsistenza dell’istruzione elementare italiana, Piemonte e un po’ di Lombardia a parte. Una bolla papale di Pio VII stabilisce uniformità e centralizzazione delle scuole, intento solo in parte realizzato. Oggi il materiale scolastico sul quale poter fare un lavoro di scavo è tanto, a partire dall’Italia preunitaria: ricerche storiografiche, fonti consultabili e accessibili, archivi arcivescovili, congregazioni religiose… è possibile una ricognizione capillare dello stato della scuola delle diocesi, delle città.
La storia è ancora tutta da scoprire.

Prof. Silvano Bedei:
La mostra è in rete, tutti la possono vedere su www.forlimpopolinarchivio.it e mostra due filmati:
1) un ragazzino di prima media di Forlimpopoli che legge un brano dall’autobiografia di Pellegrino Artusi “Il maestro Strapiantone”, maestro crudele, che spesso usava la frusta;
2) un’insegnante di sostegno dell’IC di Forlimpopoli, madre del bambino di cui sopra, che legge la lettera ai “Signori consiglieri”di una camiciaia, tale Angela Bazzocchi che si proponeva di fare da maestra alle fanciulle, pur dichiarandosi illetterata. Laddove non fosse riuscita da sola si impegnava a farsi sostituire dai suoi figli. Ricorre l’espressione “lavori donneschi”.

Dott.ssa Nina Maria Liverani, dell’archivio storico di Forlimpopoli:
La testimonianza più antica della scuola pubblica a Forlimpopoli presente in archivio è una lettera del 1559 di un tale che si offre per un incarico di insegnante di latino e greco.
Dai documenti del XIX secolo in archivio (registri, elenchi alunni, centinaia di compiti degli alunni…) emergono:
- i calendari scolastici: la scuola era aperta tutto l’anno, con vari periodi di vacanze (es. dal 15 luglio al 2 agosto);
- gli esami di stato: si svolgevano a settembre con premi ai più meritevoli;
- le valutazioni: ottimo, buono, accettabile, sufficiente, non sufficiente, male, pessimo…

Dott.ssa Margherita Pieri, già collaboratrice al Dipartimento di italianistica dell’Università di Bologna.
Descrive un regolamento per le scuole del 1825, diviso in 5 punti:
1) patenti d’uso per i docenti;
2) requisiti degli studenti per accedere alle scuole: documenti, certificato medico, nulla osta del parroco…;
3) numero dei locali scolastici;
4) orario di insegnamento (3 ore giornaliere, spesso i bambini aiutavano nei campi);
5) scuole femminili: oltre ai primi quattro punti contiene ad esempio le modalità d’esame per insegnanti donne, che dovevano essere interrogate in dottrina cristiana.
La santa congregazione degli studi stabiliva la scelta dei testi scolastici fra i vari manuali di grammatica latina e italiana.
Descrive un manuale in uso all’epoca, di Francesco Soave, i cui contenuti sono:
- ortografia e sintassi;
- proverbi e favolette morali;
- elementi di metrica, poesie in versi;
- come servire la messa (una tale sezione era inserita in vista del vaglio della congregazione di cui sopra).
Due curiosità: la prima scuola era il corso di umanità e retorica di cui sopra; la seconda scuola la scuola primaria (il terzo anno era definito “classe di Donato”, dall’autore classico Elio Donato).

Dott. Piero Camporesi, direttore della rivista “Documenti e studi”:
Termina con uno sguardo sulle scuole religiose, in particolare sull’educandato del convento di clausura delle scuole agostiniane.
Nel 1805 il convento viene chiuso, le suore vengono trasferite a Roncofreddo e i locali vengono occupati da famiglie indigenti e da una serie di bettole; la chiesa viene profanata, tuttavia il convento rimane invenduto, per cui, dopo la Restaurazione, viene ricostituito dal Papa. Due manuali dell’epoca, manoscritti, descrivono orari, scansione delle giornate, discipline di studio, corredo, comportamenti. Vengono accettate fanciulle di norma dai 7 ai 10 anni, anche da fuori città e talvolta persino da fuori regione. Le classi erano tre: infima – media – suprema. La gerarchia era piramidale:

vescovo
madre badessa
direttrice dell’educandato
------------maestre-----------------
______________

In chiusura convegno, un’intervista registrata via skype con Mino Milani, autore di Crespi Iacopo, letto da alcune classi di Forlimpopoli. Milani confessa di riconoscersi molto nella storia del ragazzo solo e timido, salvato dal lavoro e dal saper leggere e scrivere. I ragazzi dell’epoca, dice Milani, non avevano difese, erano senza protezione, se non quella degli insegnanti che meritavano il nome di Maestri.

R


Sezione: Novità
Sottosezione: Seminari e Convegni
Scritto da: Lorella Zauli
Inserito il: 02/03/2014

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20/02/2019
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