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Sezione Editoriale


Da Bengodi al Paese dei Balocchi
Convegno di studio per i settecento anni dalla nascita di Boccaccio (1313-2013), Chianciano Terme, 31 maggio 2014





…non facit ad nostram Parnassi chiacchiara pivam.
Pancificae tantum Musae, doctaeque sorellae,
Gosa, Comina, Striax, Mafelinaque, Togna, Pedrala,
imboccare suum veniant macarone poëtam,
dentque polentarum vel quinque vel octo cadinos.
Hae sunt divae illae grassae, nymphaeque colantes,
albergum quarum, regio, propiusque terenus
clauditur in quodam mundi cantone remosso,
quem spagnolorum nondum garavella catavit.
Grandis ibi ad scarpas lunae montagna levatur,
quam smisurato si quis paragonat Olympo
collinam potius quam montem dicat Olympum.
Non ibi caucaseae cornae, non schena Marocchi,
non solpharinos spudans mons Aetna brusor
Bergama non petras cavat hinc montagna rodondas,
quas pirlare vides blavam masinante molino:
at nos de tenero, de duro, deque mezano
formaio factas illinc passavimus Alpes.
Credite, quod giuro, neque solam dire bosiam
possem, per quantos abscondit terra tesoros:
illic ad bassum currunt cava flumina brodae,
quae lagum suppae generant, pelagumque guacetti.
Hic de materia tortarum mille videntur
ire redire rates, barchae, grippique ladini,
in quibus exercent lazzos et retia Musae,
retia salsizzis, vitulique cusita busecchis,
piscantes gnoccos, fritolas, gialdasque tomaclas


Teofilo Folengo, Baldus






…non fanno per me certe chiacchiere parnassiane.
Solo le Muse mangione vengano, impoetiche muse, a imboccarmi di tagliatelle, e mi imbocchino di cinque o anche otto zuppiere
 di cappelletti fumanti. Queste sono le mie vere ninfe,
 sorridenti e voluttuose.
Il loro paese è lontanissimo, tanto che gli esploratori non l’hanno ancora raggiunto. Là una montagna enorme si leva fino alle scarpe 
della luna, così grande che al confronto l’Olimpo è una piccola collina. 
Là non vi è nulla di simile alla roccia del Caucaso, nulla a che vedere con l’Atlante.
 Nulla di simile all’Etna e al suo gettare, quando ne ha voglia, ogni tanto, i suoi colanti bruciori di zolfo. 
Non vi sono mai giunti i bergamaschi cavatori di pietra a estrarre, come fanno nelle loro montagne,
 massi per le macine che poi vedi girare nei mulini.

Le Alpi che noi abbiamo attraversato, là nel paese di cuccagna, sono fatte di formaggio ora tenero, ora ben stagionato, ora di media consistenza. 
Credeteci, non sono balle, lo giuro: e poi una bugia, 
anche una sola, non la direi mai, nemmeno per tutti i tesori che la terra nasconde. Ma forse, per un piatto di Tagliatelle, sì.
Nel paese di Bengodi basso scorrono fiumi di buon brodo e vanno a finire
 in un lago di zuppa. Ricordo un pelago di ravioli alle erbe e formaggio; in altri l’acqua è vino dolce, e vi passano e ripassano barche, brigantini a migliaia, tutti di focaccia.
Sopra ci stanno
 le mie Muse e gettano lacci e reti - cucite con budella di maiale e
 vitello -
pescano gnocchi, frittate e focaccette.

Libera versione di g.b.




Cuccagna, Bengodi, Paradiso.

di Gabriele Boselli



I paradisi verso cui si fa vela con il pensiero sono evocati dalle miserie della realtà (non necessariamente del reale) e rispecchiano le condizioni oggettive ma soprattutto. la cultura, i vissuti e l’intenzionalità del viandante e della cultura di appartenenza. Possono essere trascendenti (Dante) o immanenti (Boccaccio), chiusi o aperti, sorgenti nel deserto o in mezzo alla città, a ricalco o a contrasto della realtà, transitori o permanenti , molto terrestri o alieni, spirituali o goderecci, propiziati dal digiuno o da certe erbe come quelli degli eremiti , da vino (buono) per noi o da droghe di sintesi come quelle dei “tossici”.

Il mio Bengodi

Chi abita il deserto e nutre fede in Maometto sogna terreni verdi percorsi da fiumi ricchi di acqua tersa ove dissetarsi ad libitum cogliendo frutti dagli alberi in compagna di venticinque disponibili vergini. Il paradiso dei vichinghi è illuminato da un caldo sole, nei fiumi scorre latte e miele, i mari sono ricchissimi di pesce che si offre alle reti dei pescatori legate con salsicce. Per noi cristiani, disconosciuto il dolore e abolito l’inferno, sono pronti “il centuplo quaggiù e la vita eterna nella gloria dei cieli”. Da paradiso a Paradiso.
Il paradiso dei bambini, specie quelli poveri (gli altri fanno sogni diversi) è pieno di leccornie e giocattoli, oggi videogames. Da bambino il mio paradiso era una casa sicura (quella in cui abitavo era pericolante) e una dispensa ben fornita di ogni bendidio, specialmente cappelletti, tagliatelle e patatine PAI; il che non era poiché mio babbo era spesso disoccupato. E sognavo di avere tanti libri per bambini e una biblioteca sterminata quando sarei divenuto grande. Da adolescente il mio paradiso si arricchì soprattutto di ragazze con cui fantasticavo ogni sorta di relazione, da quelle più romantiche e quelle più materialistiche, realizzando un poco le prime e per nulla le seconde. Sognavo, dopo le donne, due cose: la Politica e la Scienza. Un mondo ispirato ai princìpi del socialismo e una scienza libera dalle incrostazioni degli interessi, dai personalismi e dalle congreghe, fatta da uomini caratterizzati da una pura, indeterminata, aprente capacità di conoscere. Aspettavo la nave di Ulisse diretta oltre le colonne d’Ercole, sperando che a me non toccasse poi di fare naufragio.
Poi il mio paradiso divenne fatto di un lavoro in cui trovai comunque –era un mestiere per gente libera- modo di esprimere le mie capacità e aspirazioni e rimasi in quel campo, per quasi mezzo secolo. Fu il mio palo della cuccagna, per la verità abbastanza facile e rapido da scalare e al culmine c’erano prosciutti e formaggi d’eccellenza. Mi andò sicuramente meglio che in quello del sesso e dell’amore (tranne che in un caso, in cui il reale superò le aspettative maturate nella realtà): cominciai da maestro elementare e terminai da ispettore scolastico.
Ora che sono in pensione, l’amore per una donna e per i figli mi tiene in vita ma passo buona parte delle giornate al bar chiacchierando di chi si è mangiato la liquidazione in speculazioni sbagliate o a Lottomatica, di chi sta male e di chi è morto. Ogni tanto noi pensionati ci rallegriamo per uno di noi che è scappato con la badante e ridiamo finchè l’invidia per il fortunato non ci viene a sopraffare. Poi ci consoliamo raccontando di quel che non è mai accaduto: ciascuno sa benissimo che sono balle ma facciamo finta di crederci l’un l’altro. Sperare di essere creduti almeno in parte ci fa star contenti come se quel che si racconta fosse accaduto davvero. E’ Bengodi anche quello.
Perciò il mio immaginario paradiso (retrospettivo) è fatto di lunghi viaggi per l’Italia e l’Europa per tenere conferenze, di scolaresche interrogate su tutte le discipline, di docenti e presidi cui additare le vie della Scienza e della Legge. Di belle sognate e finalmente non più sfuggenti, di quotidiani pranzi da Pinchiorri e da Bottura sognati e (questi almeno!) effettivamente consumati.
Anche Dante, contrariamente a quel che il prof. Chiaretti sostiene, ebbe fortuna con le donne una sola volta e forse, nel suo caso, solo immaterialmente. Non ebbe vita facile, conobbe quanto sapesse di sale il pane altrui, si trascinò esule, lontano per buona parte della vita dall’odiamata sua città. Conobbe forse più l’inferno che il paradiso e per questo la prima cantica gli riuscì meglio. Il suo Paradiso è il rovescio dell’Inferno, sta nei cieli e si definisce per contrasto alla Terra. E’altomedievale, altro rispetto alla stagione della storia in cui è vissuto, trascendente. La città lo aveva escluso e lui escluse la città.
I godimenti del mondo e le sue pur effimere cuccagne vi sono mortificati con la legge del contrappasso.
Tutt’altra cosa Boccaccio: al posto di Beatrice, Fiammetta; non trascendente ma immanente il suo paradiso (tagliente la storia di ser Cepparello); non le cantiche ma la terza novella dell’ottava giornata del Decamerone. Non il cammino dell’esule ma quello del cortigiano. Non Medioevo ma un annuncio di Rinascimento gnoseologico, etico, religioso.

Ben-godi per tutti: lasciar esaurire il male, godersi il bene

Non credo che –come afferma la vulgata tardo moderna- con la morte tutto si annulli; la certezza della fine è altrettanto fideistica della certezza di vivere per sempre. Restano certamente i nostri figli, le nostre opere, le risonanze -di varia intensità e durata ma infinite- delle nostre parole. Non siamo perenni (infiniti nel tempo) ma forse siamo eterni (infiniti fuori dal tempo) e infinito è ogni attimo buono del nostro esistere: la prima volta che ci hanno chiamato per nome, il latte della mamma, la pappa, le prime parole che abbiamo detto, le prime tagliatelle, le ultime parole dei nostri genitori, le ultime che sentiremo e diremo in questo mondo. Solo il male perviene ad annichilazione senza esito; le sfortune e i nostri errori passano, le fortune e le cose giuste –reali o anche solo sognate- rimangono. Possiamo ben goderci il mondo e il mondo dei mondi.
Tutto è relativo a tutto e ogni vita non particolarmente sfortunata può essere buona. Bengodi è davanti a (quasi tutti ) noi. Godiamoci questo mondo e il mondo dei mondi: i piaceri e la felicità dell’oggi che abitiamo sono eterni, godibili da noi come quelli degli abitanti di una galassia lontana. Cuccagna, Bengodi, Paradiso: semper et ubique.




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Ermeneutica del sugo alla romagnola



Tra le questioni più dibattute nelle case romagnole e italiane per distrarsi dalle difficili condizioni della Patria, la composizione e la metodologia dell'autentico sugo di Romagna e le principali linee di innovazione hanno conseguito certamente il primato. Che tipi di carne biologically correct (romagnola pseudo_DOC o simil-piemontese?) vanno usati? È prescritto il lardo, purchè non “di Colonnata” o “di cinta senese”, ovvero made in China*? Quali i tempi di preparazione? E d'obbligo la terracotta?
Sono stato pregato, essendo tuttora fra gli anziani (sono del ’27) la massima autorità gastronomica della zona (Kg. 106 a digiuno, 120 al lordo), di dirimere tali difficili questioni e lo faccio volentieri, pur conscio della estrema gravità del problema e delle violente discussioni che le mie sentenze susciteranno, salvo che nelle anime perdute e in quanto tali negate alla trasmutazione della carne e del pomodoro, in una parola al Mistero del Sugo.
1) Le stoviglie dovrebbero essere di terracotta vetrificata in uso da molti anni o in rame massiccio stagnato. Sconsigliato ma ammissibile dietro autorizzazione dello scrivente l'inox 29 L 300, da me usato in qurdtyo prenzo per motivi di quantità; proibito lo smalto 144. Pena di morte nei confronti di chi osasse adoperare tegami trattati con plastica anti-attaccamento.
2) Il lardo è doveroso per il soffritto di cipolla: meglio ancora il grasso d’oca e del prosciutto, specie se di prosciutto d’oca. A scioglimento dei lardelli trattenere i ciccioli per aggiungerli poi a fine cottura. L'olio di oliva (comunque extra-vergine toscano o Colline riminesi) è ammesso solo per i sofferenti di stomaco che abbiano fatto domanda di esenzione all'A.U.S.L. Andrà però aggiunto solo una mezz’ora prima della conclusione delle operazioni.
Esilio dalla Romagna per chi usa altri tipi di grasso (oli di semi, margarine e schifezze del genere).
3) La cipolla (di tipo santarcangiolese medio-piccolo) deve essere tagliata a dadini assolutamente identici. I meno esperti nella manualità, chi si è nutrito di farine animali, i reduci da addestramento Invalsi e chi usa la lavagna interattiva e chi fa conferenze usando le slides, per seguire le linee geodetiche della cipolla potranno ricorrere al calcolo stechiometrico computerizzato (Programma LEGRIMI MAIOCC Frascati 3.99)
4) Rosolata la cipolla, aggiungere trebbiano secco e DOPO la carne. Questa può essere per 1/3 magro di maiale e per 2/3 macinato di bovino misto a midollo spinale. Non è ammesso prosciutto, se non il grasso per rosolare la cipolla. Rosolare ancora. Parte della verdure (solo di stagione, qui anche asparagi e stridoli,per cui fibrosità) andrà cotta sotto vuoto e aggiunta a 2/3 della cottura.
5) Sono escluse tutte le conserve di pomodoro non casalinghe (qui usato un tubetto di Mutti). La salsa, comprensiva di bucce frullate e semini, non dovrà essere aggiunta fredda ma precedentemente portata in ebollizione da almeno 2 h. per la parte composta da conservati e da 5’ se a base di pomodori freschi. Per la primavera e l'inverno sono di rigore i veri pendolini, da non confondersi con i “ciliegini” (membri del Consiglio provinciale all’uscita dall'enoteca), tratti da ghirlanda appesa in soffitta molto aerata.
6) Il tempo di sobbollitura, a fuoco lentissimo, non deve essere inferiore alle quattro ore o alle 2+1+1 (cottura distinta di pomodoro e carne per 2/c. +.2 ore di cottura embricata). Per chi lavora (gli insegnanti e alcuni bidelli e provveditori), è previsto il congedo per motivi di famiglia.

• E’ evidente, tranne che per chi segue per più di un quarto d’ora al giorno la TV o è sempre attaccato a internet, che le 12 scrofe di Colonnata o le 15 di cinta senese esistenti non possono essere alla base della produzione delle 150.000 tonnellate di lardo di Colonnata e delle 400.000 tonnellate di cinta senese vendute in tutto il mondo. Idem per le quattro scrofe di autentica mora romagnola (180000 t. di pseudo-derivati)..
• Idem anche per i milioni di tonnellate di vitelloni piemontesi d“’altura” in realtà provenienti dalle pianure del Sinkijang, per il “bue grasso piemontese” congelato in Pechino o per la razza romagnola (3 esemplari) prodotta e imbalsamata a Canton.
• Innovazione “abruzzese”: aggiunti pistilli di zafferano.


Sezione: Editoriale
Sottosezione: Editoriale
Scritto da: Gabriele Boselli
Inserito il: 08/11/2014

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20/02/2019
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