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Sezione Novità


L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento
Un libro di Massimo Recalcati recensito da Giovanna Scarca, Einaudi, Torino 2014, p. 160

di Giovanna Scarca


L’ora di lezione di Massimo Recalcati è come i libri che lui ama e che tutti amiamo: è un corpo vivo e pulsante, una voce appassionata e persuasa che si leva dalle pagine, una mente lucida che analizza e interpreta, una creatura incline al lirismo della memoria e protesa alla speranza.
L’autore, psicoanalista lacaniano e docente universitario, riflette sullo stato di salute della scuola italiana, riservando una devota attenzione alla scuola dell’obbligo (“luogo, oggi sempre più decisivo, di vera prevenzione primaria”, p. 69). Recalcati denuncia con forza la profonda crisi che ferisce la scuola, avvilendo la sua nobile tradizione: la frustrazione degli insegnanti, umiliati socialmente ed economicamente, la demotivazione degli studenti, distratti e persi dietro alle sirene televisive e della rete digitale, la rottura dell’alleanza educativa e valoriale tra la scuola e la famiglia, e quest’ultima confusa, spesso disarmata di fronte alle nuove sfide educative.
L’autore sviluppa un’analisi serrata, servendosi di categorie ermeneutiche già utilizzate nella sua ampia produzione scientifica, ma senza indugiare in tecnicismi e linguaggi settoriali: infatti pregnanza e chiarezza espositiva sono pregi del piccolo prezioso libro, il cui merito essenziale è proprio quello di restituire alla scuola la sua alta vocazione di “umanizzare la vita”, immergendo le nuove generazioni nei linguaggi del sapere e offrendo loro l’abbrivo per un’inesauribile ricerca del vero e di orizzonti di senso.
La scuola del passato, definita scuola Edipo per le connotazioni gerarchiche e autoritarie che difendeva, è stata smantellata dalle contestazioni del ’68 e del ’77, e nessuno ne prova nostalgia. Sulle sue macerie, complesse trasformazioni sociali e culturali ancora in atto hanno edificato la scuola Narciso, oggi imperante, dove il narcisismo dei genitori e dei figli provoca lo sfaldamento dell’alleanza educativa con i docenti, per cui gli insegnanti restano soli nel compito educativo erga omnes, ovvero senza l’appoggio della famiglia, né della società, né dell’istituzione.
La scuola Narciso, secondo l’autore, è fondata su un modello culturale cognitivista, che premia le risposte univoche e soffoca il pensiero critico divergente. Nella scuola ipercognitivista si stigmatizzano l’errore, l’ostacolo, il limite; gli alunni sono considerati computer in cui immagazzinare files e la cultura stessa diventa clonazione e plagio del già dato. È nota e preoccupante la tendenza dei ragazzi di ridurre fino ad annullare la fatica e i tempi lunghi di una ricerca con una serie di click in un motore di ricerca, copiando e incollando informazioni già pronte e assunte acriticamente: “un sapere pret-à-porter sempre a disposizione e senza sforzo” (p. 31).
La scuola delle tre I (impresa, informatica, inglese) ha divulgato una concezione economicista del sapere che, nella sua configurazione più estrema, potrebbe fare a meno dei libri, sostituendoli con il computer: questo è lo spettro che più atterrisce l’autore e chi scrive. La scuola Narciso viene identificata con la “Scuola performativa della trasmissione delle competenze” (p. 89), in cui la valutazione della prestazione dell’alunno prende il sopravvento sulla pedagogia e sull’attenzione rivolta alle persone in divenire. Infatti “la degenerazione docimologica della Scuola” ha come drammatiche conseguenze: “morte dei libri, informatizzazione degli strumenti didattici, esaltazione delle metodologie dell’apprendimento, accanimento valutativo, burocratizzazione fatale della funzione dell’insegnante, declino dell’ora di lezione” (p. 88-89).
Il giudizio negativo su un modello di scuola orientato alla “trasmissione delle competenze” induce a riflettere sulla natura e sulla valenza educativa delle competenze, introdotte dalle Indicazioni Nazionali Ministeriali nelle scuole di ogni ordine e grado, come traguardi culturali e formativi da valutare al termine del ciclo di studi. Competenza è una prestazione misurabile e quantificabile? Oppure si tratta di una «comprovata capacità di utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale»? (come recita la Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008 sulla costituzione del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente).
Il confronto con le pagine di Recalcati stimola appunto una serie di interrogativi quanto mai attuali su cosa intendere per competenze, quali siano imprescindibili, come favorirne la maturazione negli studenti di oggi, quale didattica e quale proposta educativa privilegiare e infine come valutarne l’acquisizione.
La visione pedagogica dello psicanalista auspica la trasformazione della scuola Narciso in scuola Telemaco, una scuola vivibile e possibile, in cui il valore della cultura edifica il rispetto della persona, nella sua integralità psicofisica, affettiva e intellettiva; non si può che apprezzare in Recalcati la ferma persuasione che istruzione ed educazione non sono percorsi separati e antitetici, bensì un unico processo di esplorazione dei significati, di conoscenza e di ricerca del senso della vita. Fondamentale la definizione più volte citata di educazione come “umanizzazione della vita”, dove valori e affetti sono compenetrati e indissolubilmente intrecciati nei contenuti e nelle esperienze. Per chi scrive, parlare di educazione come umanizzazione della vita evoca il ricordo di un maestro che ha segnato una svolta nel pensiero e nell’orientamento spirituale di molti suoi allievi, Don Giulio Martelli (1931-2014), dell’Abbazia di San Felice di Giano dell’Umbria (PG), che definiva la scuola uno spazio/tempo di libertà in cui crescere e divenire uomini umani.
Nella scuola Telemaco i protagonisti dell’apprendimento, gli studenti e gli insegnanti, s’incontrano e s’illuminano reciprocamente intorno al fuoco del sapere, fuoco della parola, un sapere che si può amare e può diventare un corpo erotico, ovvero un oggetto di desiderio.
Intorno all’ora di lezione Recalcati scrive pagine vibranti ed entusiasmanti, in cui ogni docente vede brillare la grandezza della sua vocazione. L’elogio della lezione è il cantus firmus dei cinque capitoli del libro, ovvero il miracolo e il prodigio dell’arte dell’insegnare che nobilita un maestro, facendolo diventare un faro nel mare dell’essere, un testimone e appassionato ricercatore della verità e della sua bellezza, un maieuta nel senso socratico che può cambiare la vita dei suoi alunni. La scuola continua a esistere, la civiltà continua a esistere, perché esistono insegnanti che credono e curano scrupolosamente ogni lezione, per offrire ai giovani un ricco nutrimento, donare ossigeno purissimo, aprire mondi nuovi e squadernare l’inedito, riuscendo a mettere in movimento la mente e il cuore di chi ascolta.
Non si può che essere grati a Massimo Recalcati per aver rimesso al centro l’insostituibile ruolo di mediazione affidato al docente, diamante dimenticato, argomento rimosso persino nei consigli di classe e nei collegi docenti, nonostante sia l’architettura portante del vissuto scolastico, colonna e fondamento del suo senso culturale, morale ed etico.
L’arte dell’insegnare, avverte l’autore, non solo soffre del discredito sociale, ma deve fare continuamente i conti con antinomie che la sbilanciano verso l’impossibile: la prima, la più inquietante, è “l’impossibilità di sapere tutto il sapere”, perché le scienze sono attraversate da una faglia di mistero che non può essere chiarificata e che va quindi custodita nella sua apertura verso l’Altro (p. 5). «Un sapere che non voglia recidere il rapporto con la verità si mantiene costantemente in rapporto con questo “centro esterno”» (p. 53). Interessante anche la sottolineatura del “mistero dell’apprendimento”, ovvero la difficoltà di descrivere la dinamica soggettiva in cui si impara. Anche questo è profondamente vero: ad esempio, nella scuola primaria, quando bambini di sei anni scoprono il segreto della lettura e i segni sulla carta cominciano a parlare con loro, si ha sempre l’impressione di assistere a un miracolo!
Il docente fa esperienza anche di altre antinomie, velocemente tematizzate, che rendono delicata e imprevedibile la sfida dell’educare/insegnare, una professione che non si impara mai, sempre tesa a rinnovarsi e che si potrebbe condensare nel michelstaedteriano “coraggio dell’impossibile”.
Quando si arriva al quinto capitolo, si avverte un cambiamento di registro e lo stile saggistico lascia il posto al lirismo della memoria. L’autore racconta la sua storia scolastica, i dolorosi insuccessi, la percezione del fallimento, poi la svolta, l’incontro che lo ha trasformato accendendo in lui il desiderio verso lo studio, i libri, le persone da leggere e amare come libri. L’incontro è stato con una docente di lettere, Giulia Terzaghi, alla quale Recalcati dedica un appassionato omaggio: chi leggerà queste pagine potrà assaporare un pensiero poetante di rara intensità e si commuoverà di fronte a una così sincera confessione d’amore e di gratitudine, che riverbera autenticità sull’intero volume.
I molteplici spunti di riflessione pedagogica offerti da Recalcati convergono tutti verso un orizzonte sublime e totalizzante: “educare coincide con l’apertura stessa della vita, con la possibilità di fare esperienza della vita come apertura illimitata” (p. 60). Per questo ci sembra legittimo accostare la passione educativa di Recalcati a quella di María Zambrano, anche lei coinvolta nel misterioso risveglio che si verifica nell’aula, tra il maestro mediatore e l’alunno:
«Il maestro ha da essere colui che apre la possibilità, la realtà nel mondo della vita, della verità. Una conversione è il modo migliore di chiamare l’azione del maestro. L’iniziale resistenza che irrompe nelle aule, si converte in attenzione. La domanda comincia a dispiegarsi. L’ignoranza risvegliata è già intelligenza in atto e il maestro ha cessato di sentire la vertigine della distanza e il deserto della cattedra, prodigo, come tutti i deserti, di tentazioni. Ignoranza e sapere circolano e si risvegliano in misura uguale nel maestro e nell’allievo, che solo più tardi comincia a essere discepolo. Nasce il dialogo» (M. Zambrano, Per l’amore e per la libertà. Scritti sulla filosofia e sull’educazione, Marietti 1820, 2008, p. 119).
Giovanna Scarca


Sezione: Novità
Sottosezione: Pedagogia
Scritto da: Giovanna Scarca
Inserito il: 14/02/2015

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22/07/2019
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