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Sezione Didattica


Per Gianfranco Zavalloni   
Intervento al convegno organizzato dall'Istituto comprensivo 2 di Riccione, 12-9-2016

     di Agostina Melucci                               

 Non ho la presunzione di parlare di Gianfranco com’era effettivamente perché, a mio avviso, ognuno di noi legge l’altro e gli altri- intendendo con ciò il pensiero, l’azione, gli eventi-  inevitabilmente  dal proprio punto di vista, dalla propria prospettiva. 
Per questo, secondo me non è possibile l’oggettività se non come aspirazione; l’oggetto è l’altro, non l’io descrivente o narrante. E ogni operazione è parte del suo autore prima che della cosa su cui verte, con tassi di soggettività e soggettualità bassissime quando si tratta di pietre inerti, altissime quando si tratta di persone.
Occorre allora un punto di vista il più alto possibile, consapevole ed esplicito, in cui si dichiari come agiscono le proprie teorie, i convincimenti, la dimensione affettiva e sociale. Ogni “testo” (anche l’altro  è un “testo”) è sempre opera di due autori, di un incontro tra persone, tra persone e testi...          
Io dirò del mio sguardo su Gianfranco con riferimento ad alcune linee educative, ispirate più o meno “oggettivamente” alle sue idee per come le ho intese io.
        Gianfranco ha avuto interessi molteplici: sul piano artistico (disegni,  burattini...), sociale, del volontariato. Si è speso  molto nel mondo e con particolare cura per le prime età della vita.  E già questo è un insegnamento: sentirsi parte del mondo, averne cura, cercare di trasformarlo, con gli altri, non da soli, in modo cooperativo.
Nelle idee e nelle pratiche, care al Nostro, agiscono alcune categorie pedagogiche quali l’esperienza (passare attraverso), la  creatività,  l’attenzione al tempo e  allo spazio educativi.
-L’esperienza riguarda i vissuti,  il passare attraverso, l’esserci dentro;  la creatività è produttività originale, la capacità di trasformazione dei materiali, delle situazioni…
-Il tempo è categoria con cui percepiamo (soggettualmente) e rappresentiamo (oggettualmente) la successione degli eventi e la loro durata. Se il tempo ha a che fare con la successione degli eventi e la loro durata può essere opportuno chiederci che  cosa possa significare questo a scuola. Quale il ritmo del tempo scuola?  Il tempo è correlato al tipo di attività che si svolge,  alla rilevanza che si assegna  alla stessa  e alle risposte degli alunni. E deve essere un tempo ricco di significato di vita educativa.
-Lo spazio concerne la collocazione degli eventi secondo convenzioni di misura e sensazioni soggettuali. Lo spazio è scenario dell’evento educativo; lo spazio educativo dovrebbe essere  flessibile, articolato, dinamico. Lo spazio è luogo di identificazione e comunicazione; parla dei suoi abitanti. Le pareti, i  tavoli, i banchi, i segni appesi ai muri articolano i vissuti spaziali, orientano.

Gianfranco era molto legato alla nostra terra, ai suoi maestri; penso all’interesse verso Federico Moroni, pittore di Santarcangelo e maestro elementare, a Ilario Fioravanti, cesenate e figura dalle molteplici espressioni artistiche oltre che architetto e professore.  Proprio per il suo senso aperto di appartenenza alla terra di origine, Gianfranco si sentiva cittadino del mondo, con curiosità, generosità, disponibilità. La sua idea di educazione era attenta ai diritti dei bambini e a usare gli spazi del mondo, della natura in particolare, a educare tramite le mani per formare menti e cuore. Forte in lui l’attenzione alle botteghe e ai laboratori. Nutriva l’idea che come nella vita, anche a scuola la strada del cammino educativo si costruisca insieme, camminando, ponendosi accanto percorrendo un sentiero tracciato sull’erba, non scritto su binari da cui non è possibile uscire.

Io ho letto in Gianfranco un uomo libero da schemi,  capace di verità, molto attivo,  dal tratto lieve, gentile e schietto al contempo, capace di generosa offerta di sé e delle proprie intuizioni. A noi qui interessa soprattutto la persona di scuola. Iniziò tale mestiere come maestro di scuola d'infanzia,  passò poi presto alla funzione che oggi si vuol chiamare dirigenziale, ma che Egli interpretò sempre come di testimonianza civile e di orientamento culturale e didattico, una funzione educativa estesa dai ragazzi agli adulti che lavorano nella scuola, alla intera comunità scolastica e civile. Un  Maestro, è questo  il nome con cui amiamo ricordarlo, maestro nella tradizione di Albino Berardini, Bruno Ciari, Mario Lodi.
Richiamo tutti alcuni dei suoi campi di attenzione:

----per la natura, vera educatrice dell'umanità; natura (chiara l’influenza di Rousseau) come educatrice, origine e matrice dell’esistenza umana.  Qui il suo impegno per l’ecologia espresso con la fattoria didattica di Cesena,  con quell’aula in mezzo ai campi che era anche una bellissima bottega d’arte, l’ esperienza della coltivazione degli orti;

----per l'arte, evento per lui soprattutto di tipo pedagogico (come non pensare a Froebel) in cui si prodigò non solo come promotore di eventi estetici ma anche con la produzione diretta di numerose opere di grande pregio, fino alla riscoperta e alla diretta e brillante pratica dell’arte dei burattini.  L’arte come forma ludica, sulla scia di Moroni, l’arte per gioco;

----per la sensata lentezza, dunque contro la frenesia, l’agitazione, l’ansia del risultato. Ricordo -e da sempre ho condiviso, anche ai tempi della programmazione imperversante- le sue sacrosante polemiche contro la frenesia didatticistica, le tecnologie usate a sproposito (ha fondato il "movimento contro le fotocopie"). La sua proposta era per una scuola attiva, creativa e perciò lenta (vedi La pedagogia della lumaca), serena, a lungo termine autenticamente produttiva.

Non posso non ricordare uno dei suoi insegnamenti maggiormente significativi, il "Manifesto dei diritti naturali dei bambini":

-il vivere momenti di tempo non programmato dagli adulti; vincere nei docenti l’horror vacui, il bisogno di intervento continuo che non lasci spazio all’iniziativa dei bambini;

 -il giocare con la materia, la sabbia, la terra, l'erba, le foglie, l'acqua, i sassi;

- il diritto al dialogo, ad ascoltatore e poter prendere la parola, interloquire e dialogare;

- il diritto a mangiare cibi sani fin dalla nascita, bere acqua pulita e respirare aria pura;

-il diritto al silenzio, ad ascoltare il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell'acqua; il diritto a vedere il sorgere del sole e il suo tramonto, ad ammirare, nella notte, la luna e le stelle.

La sua impostazione pedagogica era lontana  dalle pratiche tecnicistiche,  oggettivanti e cataloganti, dalla serializzazione dell’insegnare e dell’apprendere, dal non rispetto della singolarità delle persone e della Terra; erano volte a valorizzare le culture, i saperi di cui i bambini sono portatori, partendo da questi per una crescita umana e cognitiva. Non sono inviti a un  superficiale e facile  atteggiamento di lasciar correre;  il perder tempo non è un mero e insignificante  consumo di tempo; ma la difficile arte dell’attesa, un’attesa attiva, operosa, non di accanimento o di giudizio classificante. Nella più comune accezione, l’espressione “perdere tempo” ha il significato di tempo speso male; preferisco  definire questa scelta pedagogica come offerta di  tempi adeguati a ciascuno.

Le sue categorie pedagogiche  si ricollegano a una nobile tradizione educativa, che è quella dell’attivismo e sono incentrate sull’ esperire, il giocare, lo studiare, la  didattica creativa con spazi anche per la creatività del docente.



“Tutto passa e tutto rimane” (Antonio Machado). Il nostro è passare; in questo passare abbiamo un compito, quello di lasciare tracce positive, di vivere un’esistenza densa di significati; a questa accediamo solo con la cultura nelle sue preziose articolazioni di saperi e di pluralità di visioni del mondo.
Il sentiero del nostro andare non è già tracciato; è camminando che si forma il sentiero e creiamo qualcosa che prima non c’era.
Ora che Gianfranco scompare dalla nostra vista,  il Suo passare tra di noi  prosegue attraverso i suoi scritti, le sue opere d’arte e soprattutto attraverso il ricordo che serbiamo nel cuore.

Concludo con una citazione dalla pastorale 2016/17 del Vescovo di Rimini:
"Noi terrestri siamo fatti così: viviamo sulla terra, ma non siamo fatti per vivere terra terra. Siamo impastati di polvere, ma è polvere di stelle".


Sezione: Didattica
Sottosezione: Varie
Scritto da: Agostina Melici
Inserito il: 29/09/2016

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