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Sezione Fondazioni


L’ora di religione: che andar a dire?
Come fare dell’ora di religione un’ora non “buca” ma di autentico insegnamento, di un sapere comunque cardinale per l’intera storia dell’umanità?

di Agostina Melucci*

Quanto è cambiato il paesaggio culturale dal tempo del primo e del secondo Concordato?

A quasi novant’anni dal primo concordato tra lo Stato italiano e la Città del Vaticano (1929) e a trentaquattro dal secondo avvenuto nel 1984 potrebbe essere il caso di riflettere su uno dei suoi corollari: l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole gestite dallo Stato. Tratterò qui di alcune fondazioni teoriche in termini di pedagogia come scienza filosofica attenta all’evoluzione prodottasi in campo scientifico, antropologico e di teologia delle religioni.
In questo periodo concordatario quasi secolare molte cose sono cambiate nelle premesse teoriche e addirittura a livello di dizionario: post-umano, post-verità, post-politica etc. sono parole inesistenti fino a poco tempo fa e che appaiono come segno/sintomo di un mondo in forte trasformazione per effetto della globalizzazione economica, culturale e politica e di grandi masse informative spesso senza autentico riferimento né al “reale” , nè all’ideale. Non si sente parlare di post-religione, né quasi più di ateismo (a parte qualche gruppetto) ma, dopo la “morte di Dio” (comunque una forma di attenzione) la tendenza a vivere nell’indifferenza al religioso come se, sicuramente, “Deus non daretur”. E come se la teologia non fosse comunque, una forma cardinale dell’intera cultura umana.

La materia dell’insegnamento religioso deve fare seriamente i conti con enormi interrogativi sul piano teologico, filosofico e pedagogico. Abitiamo la Terra avendo a disposizione sempre più rilevanti e tuttavia assai precari assetti teorici; abitiamo il tempo della pluralità, della ipercomplessità politica, della cibernetica e della ingegneria del DNA. Le scienze della modernità nel loro progredire si staccano dalla coscienza comune e non riescono a rendere più convincente ragione dell’uomo, della donna, del loro posto e della loro missione nel mondo. La giustificata incertezza (più si sa, meno si può esser certi di qualcosa) crea in molti insicurezza; concentrati sull’immediatezza, si abbandona la ricerca di verità trascendenti il tempo e la storia, in tempi cosmici brevi ma eterni, degli abitanti del nostro piccolo pianeta.
Tutto questo ha un enorme rilievo sul piano della pedagogia della religione: i nostri alunni possono/debbono forse aspettarsi da noi solo un indicare con qualche sicurezza i confini di un incertum che ormai comprende sia l’invisibile che il visibile. Il tutto comunque invita all’esplorazione delle nuove configurazioni del mondo e di uno sguardo novellamente orientato all’ oltremondo.

Portare ad attenzione al mistero

Questo porta –credo- a rivedere in ogni settore disciplinare (istituzioni di teologia comprese, direi) la fondazionalità scientifica e teleologica di ogni percorso, anche didattico.
Si fatica, ma molto spesso vi si riesce. Gli insegnanti bravi (e sono tanti) che non fanno dell’ora di religione un’oretta di discussione in prevalenza su problemi sociali o di tematiche della sessualità o semplicemente –nella coscienza degli studenti “un’ora buca”- stanno seguendo percorsi di scienze “umane” e del mondo fisico che sempre più stanno configurando non lo stato ma l’essenza (struttura trasformazionale) del verum negli scenari di questo inizio di millennio. Si confrontano ogni giorno con ragazzi che vivono un mondo di immagini in sempre più larga parte elettroniche ove le categorie spazio-temporali sono contratte e il pensiero astratto è reso più difficile proprio per la carenza di riferimenti stabili, di responsabilità verso il reale. Se l’idea di Dio per i credenti è di assoluta concretezza, per i non credenti può essere il massimo dell’astrazione, molto più astratta di un modello matematico. Più difficile di tutto è dunque il porgere cenni significativi per un’attenzione al cuore della religione cristiana e di tante altre: la trascendenza.
Mi sembra che gli insegnanti/Maestri di ogni materia insegnano percorrendo in autonomia intellettuale il novum della ricerca, nel caso di cui tratto di teologia delle religioni.
Quelli di religione cattolica non tentino –auspicherei- di far catechesi ma comunque indirizzino l’attenzione al Mistero che precede e circonda il Tutto e che lo seguirà anche quando il Tutto, tra molti miliardi di anni, comunque un’inezia di fronte all’Eterno, avrà trovato fine.

La persona e il mondo del Verum: chiedersi come vada evolvendo

Sostando di fronte ai luoghi sacri di Gerusalemme come della Valle dei templi o di Benares o più recentemente dell’Egitto mi è venuto da pensare che le domande “che cosa è vero” e “chi è l’essere umano” vadano ulteriormente riformulate: cosa stia diventando la sua millennaria interrogazione sul divino? Quanto è possibile curare la coerenza nell’indirizzare a un fine che trascenda le singolarità culturali senza svalorizzarle? Nel profilo di ricerca di mio interesse la questione è come invitare a volgersi all’Intero e a soffermarsi con l’anima alle soglie della singolarità delle singolarità: la trascendenza del Mistero, il suo tralucere fra le trasformazioni del mondo e del soggetto.
Insieme a “chi è l’essere umano? ” va forse riformulata la parte verbale della domanda “chi è Dio?”: cosa Dio stia diventando nella sua rappresentazione e religione da parte di un’umanità in trasformazione e in sempre più massiccia migrazione, anche per estensione tecnicamente amplificata dell’orizzonte tra remore e attese. Migrazione –direbbe Filone di Alessandria- non verso l’Eterno ma chiusa entro le mura della contingenza. L’Oggetto degli sguardi indirizzati in alto è pensato come eterno ma non immobile come il Primo Motore di Aristotele o di parte della tradizione tomistica. Orientare lo sguardo dei giovani alla trascendenza non è indirizzarlo a un Cielo di stelle fisse. Chi “tutto move” non può più essere pensato come immobile.

Il nuovo sguardo di chi mobilmente siede in cattedra

La cosa che mi appare probabile è che il mondo di idee che abbiamo coltivato e trasmesso in tremila anni di storia dell’Occidente stia per mutare radicalmente in quanto dovrà riposizionarsi su una pluralità di fattori tecnologici e intenzionalità culturali; dovrà seguire percorsi incerti attraverso campi altamente instabili, storie tanto nostre quanto altre-da-noi per origine e/o destinazione.
Dobbiamo –penso- continuare ad essere sicuri riferimenti per i nostri giovani anche quando noi stessi ci poniamo dei dubbi. Punti di riferimento, non punti fermi. La pressione sommativa del mondo globalizzato e della trans-formazione tecnologica è forte ma i nostri giovani diverranno uomini o donne essenzialmente (generativamente, trasformazionalmente) secondo le indicazioni che provengono dalla tradizione come dell'intenzionalità di cultura che loro sapremo porgere.
Per questo la scuola italiana ed europea cercano di comunicare agli studenti la forza e l’orgoglio dell’ eredità occidentale, religione compresa, per navigare felicemente nell’ipercomplessità. Nell’ipercomplessità c’è bisogno di stelle, stelle mobili, come necessariamente sono e appaiono a chi non sta ma si muove. La navigazione degli studenti, criticamente connessa a quella dell’epoca, probabilmente non sarà tranquilla, ma essi avranno dai loro genitori e insegnanti costellazioni di saperi, di miti e di valori a orientarli nel loro tragitto. Non –ripeto- costellazioni di stelle fisse (il Dio post-aristotelico, del Nuovo Testamento e dei teologi sopra richiamati è dinamico), ma configurazioni relativamente stabili operate dalla letteratura teologica e dalle scienze a partire dell’osservare da lontano i veloci e convulsi movimenti di quel che avviene tra e sotto le stelle. Queste -e la verità con loro- splendono non stabilmente ma con luci di varia intensità e colore. A tratti divengono invisibili.


L’accennare magistrale

Sussistono anche, oltre a quelle essenziali sinora qui illustrate, altre questioni di carattere pratico: fare dell’ora di religione un significativo momento di cultura; renderla obbligatoria e valutata in voti come tutte le altre materie in quanto ineludibile momento di formazione. Diversamente i ragazzi meno sensibili o con insegnanti poco carismatici la considereranno “un’ora buca”.
Ma forse anche non pochi di coloro che siedono in cattedra, ammesso che siano credenti o almeno attenti al divino, sono per difetto di agilità di pensiero all’origine del disinteresse degli studenti. L’importante è allora un ripensamento di fondo. Tutte le scienze –teologia compresa- sono scienze umane. Il Dio degli universi –anche quando sia veramente Dio a parlare- è ascoltato da orecchie umane, elaborato da cervelli umani entro i codici della storia umana di questo pianeta. Si tratta di mutare, non solo di cambiare, forma, struttura e modalità didattiche del nostro conoscere e del nostro insegnare.
---Il far cenno degli insegnanti che detengano la statura umana e la scienza dei veri Maestri (e sono tanti!) abita la contingenza temporale ma la supera con il pensiero; ha letto i documenti ufficiali dell’epoca ma riflette ulteriormente; l’indicazione autentica non ha obiettivi determinati, orienta all’impensato, al venturo, al restare umani dopo l’umano come pensato sinora. I Maestri possono farlo, poichè hanno contemplato le costellazioni e i moti del conoscere e si sono guardati dentro e intorno. Poiché possiedono le strutture evolutive delle scienze quando non delle tecnologie e hanno rielaborato le religioni e i miti fondazionali dell’Occidente, letto di quelli dell’Oriente rivolgendo i primi insieme ai secondi in nuclei ermeneutici di quel che ci attende. Per ciò li versano in orientamenti magistrali, ovvero con-creativi dell’essere umano che sarà e tratteggianti il mondo venturo anche se nessuno conosce con certezza il mondo venturo nè quel che sta sopra il nostro e gli altri universi.

Nota Il concetto di eterno percorre e anima la cultura di Occidente da Platone in poi eppure è quasi ignoto ai ragazzi e a troppi docenti chiusi nel confino della modernità e in quel sintagma temporale per cui tutti gli enti percorrono necessariamente solo un certo intervallo entro la linea del tempo per poi definitivamente dissolversi entro l’assoluto della fine. Al massimo si concepisce la perennità, ovvero una durata senza termine, che è ben altro dall’eterno, ovvero la trascendenza dal tempo, l’essenza atemporale di tutti i tempi pensabili e impensabili, quel tempo di Dio in cui speriamo di rivedere il volto dei nostri genitori e, fra cento e più anni, quello dei nostri figli.



* Dirigente Ufficio scolastico di Ravenna e Coordinatore degli ispettori USR Emilia Romagna



Bibliografia
Filone di Alessandria Pellegrinaggio verso l’eterno Rusconi 1990
Giovanni Paolo II Veritatis splendor
M. Heidegger L’essenza della verità Adelphi, 1997
I. Mancini L’Ethos dell’Occidente, Marietti, 1990
Barcellona e altri Apocalisse e post-umano, dedalo edizini 2007
S. Sassen Territorio, autorità, diritti. Assemblaggi dal Medioevo all'età globale, B. Mondadori, 2008
A. Tosolini Il post-umano è qui. Educare nel tempo del cambiamento, EMI, 2008
A.Melucci Ripensare l’educazione negli scenari del post-umano in Encyclopaideia, rivista elettronica UNIBO, 46/2016


Sezione: Fondazioni
Sottosezione: Argomenti vari
Scritto da: A. Melucci
Inserito il: 10/12/2018

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20/02/2019
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