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Sezione Didattica


Ai docenti della commissione che ragiona attorno al portfolio
(sperando di non essere pesante!)

Sono particolarmente soddisfatto dell’incontro di oggi. Penso che per tutti noi sia stato motivo di riflessione. Al termine abbiamo preso decisioni sui registri delle scuole elementari, poi tanti incontri a gruppi, anche fuori, fino al parcheggio. Così alla fine sono stato l’ultimo ad andarmene e ho aspettato un po’ per guardare il paesaggio.
Il tramonto di questa estate che volge al termine dolce ci ha regalato un magnifico spettacolo... la Pietra di Bismantova illuminata perfettamente e in fondo la rupe di Canossa così spoglia mentre Rossena più in basso è bianca a contrasto con lo scoglio d’ofiolite che sorge fra le argille e i calanchi.
E noi qui abbiamo ragionato, mentre il branco dei daini brucava tranquillo, di portfolio (che il computer continua a correggere in portaolio, dunque mi scuso se lo troverete qualche volta chiamato così, ma non mi va di inserirlo nel vocabolario, almeno di questa macchina!). Oggi abbiamo davvero realizzato una bella comunità educante di professionisti che si interrogano e cercano di capire per realizzare il meglio. Certo qualcuno non ha parlato… parlerà la prossima volta, la materna doveva dire di più di tutti, grazie all’esperienza bellissima che ha compiuto… ha taciuto, forse aiuterà gli altri nelle prossime occasioni, qualcuno non era d’accordo con qualcun altro… meno male! Qualcuno chiacchierava… speriamo commentasse quello che si diceva. (Scherzo!!!) Forse a qualcuno è sembrato poco, il percorso compiuto: eppure abbiamo condiviso, se ci pensiamo bene, un mucchio di cose. Tante. Discussioni a non finire, contestazioni zero. Sono molto contento. Si è creato un buon clima di elaborazione culturale. Dalla materna alle medie. E questo non è facile, purtroppo, che accada nel mondo della scuola (e dovrebbe essere l’esatto contrario!) perché siamo sempre presi da urgenze che ci piombano addosso senza senso. Tutti voi avranno notizie dalle altre scuole attorno a noi. Per un momento ho creduto che davvero siamo riusciti a realizzare una sorta di piccola isola, non sempre felice (risorse finanziarie, organici, strutture, ecc.), ma almeno ancora in grado di ritagliarsi il tempo per ragionare con serenità, di esercitare la propria autonomia che io penso in primo luogo di pensiero.
Allora vorrei fare un passo indietro, perché oggi abbiamo sfiorato troppe volte, senza dircelo, il nodo della questione: che idea abbiamo di bambino e di scuola.
Bene, è normale perché eravamo concentrati su altro, ma forse dovremo qui lavorare di più con le nostre riflessioni. Vorrei dirvi le mie pensate davanti alla val d’Enza, alfine al sole del tramonto dopo una giornata bigia e persa d’umidità e scritte, ora, nella sera della città. Cosa penso?


LA SCUOLA DELLE PERSONE

Penso ad una scuola che è il crescere insieme di persone, poiché non penso ai bambini come a esserini vuoti (un po’ stupidi quindi) che noi riempiamo (di cose intelligenti). E davvero sono poi proprio intelligenti le nozioni che diamo? Davvero la capitale della Mongolia è importante, quando poi appare all’improvviso e troppo drammaticamente l’Ossezia che non abbiamo mai insegnato ai nostri bambini/ragazzi? Davvero 2 + 2 fa 4? Larga parte della matematica moderna ci farebbe delle belle risate. Eppure nemmeno penso a bambini che ci arrivano istupiditi dalla società e che noi dobbiamo decondizionare. No! Penso invece, voglio pensare fortemente, a bambini competenti, come sosteneva Loris Malaguzzi – il fondatore delle scuole dell’infanzia di Reggio -, penso dunque a bambini come a persone, intere, belle, complesse, più dei “grandi”. Complesse, vuol dire che sono difficili da rappresentare, raffigurare, inquadrare, classificare, giudicare, mettere su una griglia… se ne perde sempre un pezzettino e magari è quello importante e poi comunque non è giusto. Voi sareste contenti di un sistema di valutazione del docente che perde qualche pezzettino del vostro essere docente?
Penso ad una scuola che sia dunque un crescere insieme, perché è anche il maestro che cresce con l’allievo (uso apposta questi due termini). Io educatore non sono estraneo al percorso che compio con i miei allievi, anzi, faccio strada anch’io con loro, in un qualche modo questo mi cambia, non sono più quello di prima alla fine dell’anno scolastico. Quella relazione coi bambini/ragazzi, quel modo d’essere, quelle cose fatte hanno cambiato loro ma anche me. Non sono una macchina di trasmissione di conoscenze.
È una scuola che provo a raccontarvi dapprima con un’immagine che viene dal mondo greco e poi con una metafora.
L’immagine: il gesto di Ettore. Ecco, la scuola è scuola se compie quel gesto, alza il figlio al cielo e prega Zeus di farlo diventare “più” del padre, “più”… potente, forte, intelligente, una scuola che vuole che i bambini/ragazzi/persone migliorino rispetto alla nostra generazione, siano di “più”! Vuol allora dire che non pensiamo di essere “più” di loro! I bambini/ragazzi/persona che entrano nella nostra casa/scuola sono portatori di un grande successo che insieme scopriremo, hanno nascosto nella loro dimensione personale le qualità per superarci, e comunque noi vogliamo farli diventare “più” di noi!
Ma all’inizio del racconto di Omero, il figlio piangeva, non riconosceva Ettore sotto le armature pronte per lo scontro con Achille. Il padre capisce, si spoglia dell’elmo e si fa riconoscere dal figlio. Bene, anche la nostra scuola deve togliersi le armature e lasciarsi riconoscere dai bambini/ragazzi, deve smantellare le protezioni rigide che impediscono il rapporto, la relazione, deve mettersi a nudo. Solo così, spoglia, può alzare il figlio al cielo.
La metafora: i bambini/ragazzi/persone sono come frecce che scocchiamo dal nostro arco, non sono nostri, li lanciamo nella vita. La scuola è un segmento di questo arco che lancia nel mondo della vita i bambini/ragazzi/persone. Ma l’arco va orientato, occorre sentire la terra sotto i piedi, sentire la tensione della corda (ho fatto il corso… si vede?), pensare al vento che sposta la freccia, guardare la traiettoria, insomma la scuola è luogo intenzionale dell’educazione. E l’educazione non è insegnare il procedimento della letto-scrittura. Aveva ragione Letizia l’altro giorno quando ha detto che i bambini imparano il meccanismo della letto-scrittura anche da soli. È vero. E noi che cosa ci stiamo a fare? Noi siamo qui ad orientare l’arco, a garantire che esso abbia buone radici… che la freccia sappia il profumo del vento, ne conosca l’onda e sia parte d’esso perché è solo così che può viaggiare bene, dev’essere il vento, non contrastarlo, deve sfruttarlo per andare dove ha deciso di rivolgersi. Eppoi dobbiamo pensare a noi che la scocchiamo ed essa non sarà più nel nostro arco, né nella nostra faretra, sarà nel mondo, del mondo. Noi, educatori delle frecce, vogliamo ch’esse possiedano il bagaglio che servirà loro nella vita, un bagaglio sempre più leggero per ciò che riguarda il peso, perché se prima serviva (per tutta la vita) conoscere tante informazioni, ora le conoscenze mutano troppo velocemente. Qual è il paradosso? Dobbiamo metterci nell’ottica di insegnare cose che serviranno domani e noi, ora, non sappiamo. Almeno ammettiamolo: è un bel momento per pensare! Anzi! È il momento in cui non si può non pensare!
Resta un ultima chiarificazione: la scuola delle persone non è la scuola della persona! Avete già capito, non sviluppo il pensiero… la differenza con i documenti ministeriali è enorme, anche se sono sicuro che riusciremo a piegarli, a curvarli, sino ad accogliere le persone, già parlano di “gruppi”! Fatto! Abbiamo trovato il modo per evitare… che schifo però!


CONOSCERE LE PERSONE

Le materne inviano fascicoli alle elementari pensando X e le elementari pensano Y! Allora niente scambio di informazioni? Anche qui un passo indietro.
Cos’è che vogliamo sapere? Perché Letizia e Anna Maria incontreranno Detta e Raffaella? Per conoscere i loro nuovi bimbi. Perché incontreranno le famiglie? Per conoscere… questo è giusto. Che non sia solo portfolio, la conoscenza delle persone (i nostri bimbi/ragazzi/) non è solo lì, allora che il portaolio sia qualcosa da cui parte un percorso volto alla conoscenza degli altri. Questo è il nucleo della questione. Com’è che conosciamo le persone, lasciate stare per un attimo i bambini/ragazzi/persone e provate a pensare a livello generale.
Oppure specifico. Penso a me. E faccio un po’ don Milani.
Mi avete conosciuto in un certo modo, per le cose che ho fatto, le parole che ho detto, e le azioni ancora subito dopo. Non mi avete chiesto di raccontarmi. Lo chiediamo mai al bambino di prima elementare o media? Non vi è mai venuto in mente di conoscere i miei genitori. Perché alle medie i genitori li conoscete solo ai colloqui, troppo tempo dopo il contatto con i ragazzi? I miei genitori avrebbero sicuramente raccontato cose importanti per la vostra conoscenza di me. Anche i genitori dei nostri ragazzi. E poi non abbiamo condiviso momenti di vita quotidiana. Condividiamo mai questo coi bambini? Penso a momenti al di fuori della routine scolastica (non alla gita che invece in larga misura lo è), momenti della normalità, dell’essere in fondo in fondo. Ma insomma, se provassimo prima (o contestualmente) a fare il nostro portfolio? Voi il vostro, io il mio? Almeno facciamolo come esercizio mentale. Cosa metterei io nel mio?
Mi sono già scontrato con questo problema quando l’Università di Reggio e Modena, presso cui conduco un Laboratorio di Didattica della Storia, mi ha chiesto il curriculum vitae. Alla fine della prima stesura ho riletto il tutto e ho pensato che era meglio non inviarlo. Alla meno peggio avrebbero pensato che si trattasse di uno squilibrato, e forse avrebbero avuto ragione. Forse voi sarete più fortunati col vostro, provate… il mio era pieno delle infinite variazioni che la vita ci regala, le magistrali, un po’ di tempo perso (perso???) a giurisprudenza, il ruolo da maestro, pedagogia, storia… e così via, come un viandante che cerca la strada provando e riprovando, tornando indietro, praticando scorciatoie che poi si rivelano strade cieche, scoprendo dopo (ovvio!) che quello era un bell’itinerario, non necessariamente giusto o sbagliato.
E davvero noi pensiamo di conoscere i bambini leggendo la scheda di valutazione dell’ordine precedente o un qualche documento descrittivo o griglia sintetica?

E allora il portfolio? Come sarebbe il mio? E il vostro? Quanto avrebbe influenzato le mie/vostre scelte di vita? Forse niente, forse di più. Insomma credo che occorra grande prudenza, molta attenzione e soprattutto… perdonate se l’invito può apparire sentimentale, quando invece è un appello pedagogico, amore per i nostri bambini/ragazzi/persone. E poi troviamo un modo bello per chiamarli che così proprio è brutto.

Grazie dell’attenzione.


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Sezione: Didattica
Sottosezione: Traduzioni della Riforma
Scritto da: Adriano Cappellini
Inserito il: 15/09/2004

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18/03/2019
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