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Sezione Didattica


Tutor per l’e-learning integrata
Qualche riflessione sul protagonista di una nuova e potente modalità di formazione


di Agostina Melucci






1. Informatica


L’informatica non è una moda, né solo uno strumento intellettuale per conoscere e operare nel mondo. E’ parte del nuovo mondo, che sarà abitato da uomini liberi solo se la teoria dell’informazione sarà patrimonio e campo d’azione comune. Siamo in presenza di un nuovo modo di costituire il sapere, di comunicarlo, di conservarlo. La trasformazione è in corso; occorre valutare criticamente il fenomeno e i suoi effetti.

Strumento per capire
o visione ?

Uno strumento per comprendere il mondo -il computer- diventerà sempre più il mondo stesso; in parallelo, uno strumento della formazione par destinato a diventare La Formazione. L’utilizzo di strumenti informatici e di collegamento in rete offre nuove opportunità di informazione, formazione, comunicazione, documentazione; non basta però disporre dei mezzi. L’impegno è più laborioso e comporta formazione. Il sistema di comunicazione puramente informatico non è di per sé sufficiente per essere significativo; vive attraverso la discussione e il confronto tra le persone.
E’ peraltro in atto un processo di forte cambiamento nella formazione di adulti e bambini dovuto all’inserimento della tecnologia, all’informatizzazione della formazione.
Si è venuta accentuando la presenza e l’incidenza della competenze informatiche al punto di modificare il concetto di alfabetizzazione e quello di persona alfabetizzata. Stanno cambiando i canali e i contenuti della formazione in servizio.
Ogni trasformazione tecnica non è fenomeno superficiale perché incide profondamente sui modi di apprendimento, su come la mente incontra la realtà, sulle relazioni sociali e sulle modalità di ricordo. Siamo di fronte a potenzialità finora sconosciute di attivare forme di socialità indipendenti dall’immediatezza fisica. Come stanno incidendo le tecnologie sulla formazione (di adulti e bambini)? Anche questo effetto andrebbe considerato nell’ attuale esperienza di e-learning.

Pensiero iperveloce:
ipersuperficiale?

Il mondo della comunicazione informatica è “sempre acceso” ed ha bisogno di cambiamento continuo. La velocizzazione dei processi, la loro rapida obsolescenza costituiscono tratti specifici del tempo attuale; di contro abbiamo bisogno di tempo per pensare, per elaborare un pensiero interpretativo e prospettico.
Noi siamo l’ultima generazione dell’era preinformatica e abbiamo letto il mondo esclusivamente attraverso il libro. I bambini invece nascono all’universo televisivo e telematico. Ed elaborano il loro modo di conoscere soprattutto a partire dalla “realtà” virtuale.
La scuola finora si è rivolta al soggetto, per dirla alla Frabboni, della “galassia Guttenberg” incentrato sulla sequenzialità propria dei testi; ora sta comparendo l’homo tecnologicus (Giuseppe O. Longo) che stenta ad ascoltare solo le parole, abituato alla simultaneità. La nuova sfida sarà quella di integrare creativamente i saperi dell’antico e del nuovo mondo .
I nuovi saperi che i docenti della scuola dell’ infanzia potranno concorrere a conoscere, stabilire e consegnare a generazioni di allievi son quelli che scaturiranno dallo scontro e dall’incontro fra la tradizione culturale (in lingua italiana o di altre lingue ormai subalterne come francese e tedesco) e la forza del presente come razionalità tecnico-economica (in anglo-informatico).

La scuola dell’infanzia
luogo di reinvenzione del conoscere

La scuola dell’infanzia nel tempo della riforma scolastica ha bisogno di reinventare (trovare, immaginare) saperi “nuovi” come l’informatica o rin-novati nella loro struttura. Di essere una scuola che sappia lasciar pervenire a interpretazioni originali del mondo e sappia progettare le forme inevitabilmente irregolari (ma non caotiche o deintenzionaliz-zate) della didattica che dovranno resistere alle vettrici di piegamento della contem-poraneità.

1.1 Metamorfosi del vedere

Gran parte dei genitori e una buona parte degli insegnanti vivono una rappresentazione inventata dagli sceneggiatori del sistema informativo globale; i bambini nascono all’universo televisivo e telematico. Non entrano nella storia ma nel fumetto elettronico e sono indotti a pensare che le figure che si accendono su LCD siano la verità.
Nel nostro tempo, ovvero nel tempo della pervasività dei prodotti della tecnologia dell’informazione, il riferimento non é più tanto l’og-getto o la persona in carne ed ossa ma un insieme d’immagini e parole in cui il bari-centro dei significati è sempre più spostato verso la componente virtuale dell’uni-verso.
I docenti della scuola dell’infanzia devono tener conto che non solo i contenuti e le forme ma anche le stesse categorie classiche della conoscenza umana stanno mutando nel-l’interazione con il nuovo mondo.

Cambiano le forme del conoscere
Anche nella formazione dei docenti

Penso che la scuola debba riconoscere le attuali forme di vita soggettiva (comprese le nuove modalità esi-stenziali e della conoscenza) e lavorare affinché i soggetti concretamente esistenti in questo spazio e in questi tempi trovino modo di prender coscienza di esser cambiati e di star cambiando nella struttura millenaria del loro co-noscere. Come primo atto si potrebbe riconoscere che il soggetto di tradi-zione occidentale come modello di tutti i soggetti non é più scontato, che lo scenario dello stesso Occidente comprende ora masse importanti e significa-tive d'individui che non possono più rientrare né nella tradizione greco-romana né in quella ebraico-cristiana . Il soggetto é per un verso divenuto plurale; ed é una pluralità di culture, radicale, altamente contraddittoria e conflittuale; per l’altro è divenuto l’identico, il puro precipitato della melassa mondiale dell’informazione.

1.2 Indicazioni

-Imparare (e insegnare) a guardare il mondo del virtuale nel complesso degli atti di relazione che il soggetto può instaurare con il mondo a partire dal campo delle sue esperienze.

-Evitare l'omologazione culturale per via informatica, salvaguardare e valoriz-zare le differenze categoriali, disegnare percorsi didattici dalla base culturale estesa e aperti a sviluppi pluralistici, il più possibile difesi dal "non-pensiero" del mondo.

-La critica (non alla tecnica ma all'egemonia della ragion tecnica) ha esiti pedagogici che non possono che esserci ben presenti: la ragion tecnica tende a surdeterminare il soggetto umano, a confinare "professionalmente" cliente e professionista, a limitare il pensiero e l'azione a normative e piste predeterminate.

-Evitare il perverso circolo comportamentista stimolo-risposta-rinforzo-stimolo; i limiti e i rischi di questo modello psicologico son stati ampiamente individuati e in particolare si é dimostrato che i mutamenti più positivi non avvengono che per ristrutturazioni dell'intero campo in cui il soggetto é immerso e per l'esistenza in quest'ultimo di una qualche disponibilità a pre-comprendere il mutamento e a riassestarsi di conseguenza.

-Con queste necessarie avvertenze, l'universo dell'informatica può tuttavia esser positivamente messo in opera: amplifica le forze del soggetto, le sue capacità sensoriali, offre attraverso i programmi interattivi ottime possibilità di sviluppo di una parte almeno del pensiero, quella detta convergente. Di notevole aiuto può essere la tecnica nei suoi aspetti informatici, ove non si ponga come rimedio miracoloso per la soluzione dei problemi della formazione. Non può fare che bene (a parte l'inevitabile fenomeno della dipendenza) se impiegata in aiuto all'insegnamento e all'apprendimento con le attenzioni che seguono.

-Formare attraverso l'informatica vuol dire evitare che le procedure dell'apparato tecnico prevalgano sui processi della soggettualità, riducendo il soggetto e la sua complessità quasi a un terminale di un sistema di computers.

-L’informatica può soprattutto essere utilizzata come ulteriore linguaggio attraverso cui rappresentare l’esperienza e non quale modo per negare la creatività del soggetto che insegna e che apprende, riducendo la formazione nei termini di una procedura prefissata.

-Consigli pratici: usare macchine veloci poiché nella scuola dell’infanzia si usa frequentemente il multimediale e le sequenze in movimento; adottare sistemi operativi stabili e più difficilmente attaccabili da virus (dunque Mac o Linux).-


2. Funzioni tutoriali

Le fortune (o le disgrazie?) non vengono mai sole e nell’ ambito della formazione con adulti, si sta diffondendo l’e-learning, nata timidamente con la formazione delle funzioni obiettivo (ora dette “strumentali”). Come ogni scelta presenta possibilità e limiti; ascriverei questi ultimi alla tendenza volta al prevalere dell’informazione, alla diffusione di materiali precostituiti voluti dal gestore della piattaforma. Ciò comporta un controllo centralizzato della comunicazione che, senza correttivi personalizzati, sarebbe alienante.

Il controllo della formazione
attraverso i cd, i cd.rom e la rete

Proprio perché il docente non è un terminale, i momenti di formazione in presenza sono ineliminabili. Protagonista della propria formazione, che si connota soprattutto come processo di crescita culturale, è il docente. Sono centrali i soggetti che apprendono in interazione tra loro.
Diventa allora funzione importante quella assolta dal tutor (che mi piace pronunciare alla latina) quale figura di coordinamento, collegamento, di accompagnamento dei processi di formazione tra pari.
Il tutor promuove la discussione, amplia e arricchisce i materiali on-line, introduce elementi dialettici, polifonici. Come in ogni apprendimento, la relazione è fondamentale perché ci si forma insieme attraverso lo scambio, il dialogo, l’ascolto reciproco. La formazione ha bisogno di modalità dialogiche, discorsive, compartecipate, critiche. Rimanda a un desiderio continuo di conoscere, di ritenere la propria formazione sempre incompiuta. Allora formazione e autoformazione sono congiunte. Naturalmente non ci formiamo solo nei tempi e luoghi dedicati. La formazione dovrebbe suscitare desiderio di autoformazione nel senso di aprire spazi all’autoformazione in quanto corrisponde a bisogni e a desideri di conoscenza.

Il tutor per docenti come attore di dialogo
e di dialettizzazione

Il miglior percorso di formazione è quello di cui si fruisce lavorando in una comunità scolastica dove un robusto discorso culturale accompagni una didattica espressiva dei pensieri, ricordi, dei sogni, di chi abita la scuola.

2.1 Una figura antica, rimbalzata da oltreoceano

La figura del tutor della formazione è stata introdotta nella formazione iniziale sia nella scuola che nelle attività di formazione per i neoassunti (un pari introduceva un collega appena entrato nella professione), nelle metodologie di formazione in servizio (per le tecnologie), nella formazione universitaria.
Sul piano etimologico, tutor ha il significato di “colui che protegge, che dà sicurezza” . Si ritrova lo stesso significato anche in ambito giuridico: il tutore indica chi per legge o per testamento è deputato a difendere e custodire un altro soggetto (in questo caso si tratta di persone incapaci di provvedere a loro stesse o ai propri interessi).


Custode della cultura
annunciatore del Nuovo

Ha dunque il significato di colui che tutela, di guardiano, protettore, custode. Non è questa l’accezione del tutor condivisa in ambito educativo perché al contrario qui non si tratta di intervenire in stati di minorità con forme di tutela. Al contrario, il tutor promuove autonomia, non applica dispositivi. Si prende cura dell’ altro. Suggerisco di intendere il termine tutor quale articolazione della cura educativa nel senso del riconoscimento di una feconda reciprocità sul piano dell’ impegno di pensiero tra i soggetti di un percorso; aver cura è stare insieme, camminando insieme, sorretti da intenzioni collimanti. Il conoscere viene continuamente ricostruito dalla persona che vi apporta tutta la ricchezza del suo mondo intenzionale.
La cura dunque è all’origine della vita, del prender forma di ogni esistenza; è ciò cui l’essere appartiene per l’intera vita. Richiede ascolto reciproco, incontro di intenzionalità, individuazione di luoghi significativi verso cui dirigersi.

Un nome da pronunciare alla latina
depurandolo da scorie aziendalistiche

Benché di origine latina, il termine tutor ha avuto successo soprattutto nella cultura di lingua inglese e nel mondo aziendale, con un’accezione molto diversa rispetto a quella tradizionale. Quest’ultima rimanda alla concezione umanistica della paideia, ossia all’ autonomo processo di sviluppo, mediante la cultura, di un soggetto intero considerato nella sua articolata unità.

2.2 Identità del tutor

L’azione di tutorato tra adulti è processo di apprendimento tra pari, tra colleghi (o della stessa scuola o di scuole collegate). Il tutor è dunque un collega che aiuta i colleghi ad apprendere e ne è aiutato; l’apprendimento è reciproco. Il tutor si occupa di promuovere maggiori conoscenze atttivando processi di riflessione critica che sappiano orientare pensieri e azioni.
E’ necessario che ci sia collaborazione e disponibilità da parte dei colleghi e che la scuola abbia risorse tecnologiche (macchine, cablatura, connettività). L’ipotesi sottesa è che si impara meglio tra pari valorizzando la scuola come luogo di sviluppo professionale per gli insegnanti. In questo ambiente di apprendimento, guidato dal tutor, si praticano scambi, si attuano collaborazioni, si opera nel senso dell’apprendimento cooperativo costruendo in comune il sapere e avvalendosi di una pluralità di risorse e strumenti (anche di libri).

Preparazione tecnica e sensibilità umana

Perché ci sia apprendimento collaborativo occorre condivisione degli scopi, scambio di idee, messa in comune di esperienze entro un gruppo di lavoro. E’ necessaria la consapevolezza che ciascuno dipende dall’altro, come d’altronde in ogni relazione.
Secondo molta letteratura in proposito, il tutor della formazione in servizio si caratterizza per essere un animatore-esperto mantenendo un’accentuata dimensione relazionale, più che contenutistica. Prevale la connotazione meramente relazionale. A mio avviso, il tutor non è figura neutrale che si limita a gestire dinamiche (si scadrebbe nello psicologismo) senza idee proprie; non “regola il traffico”, quale puro tecnico privo di personalità; un tutor propone, ascolta, rielabora. E’ autorevole e propositivo. Per orientare e supportare la discussione, per arricchirla di riferimenti e per collegarla alla storia della nostra scuola, per fornire indicazioni di ricerca occorre infatti una qualche frequentazione con gli argomenti della formazione.

2.3 Compiti del tutor

Il tutor è dentro la situazione che segue costantemente; sostiene la continuità dei processi formativi.
Esercita funzioni di supporto professionale, fornisce materiali, offre suggerimenti e li raccoglie, diffonde comunicazioni, informazioni
Accompagna, assiste, aiuta l’attivazione di processi di conoscenza.
Sarà interessante anche capire come avviene l’apprendimento on line mediante l’impiego di modalità interattive (es. forum, laboratori).

Rendere possibile il conoscere autentico della persona
anche in contesti di apprendimento elettronico


Cosa si guadagna e cosa si perde nell’attivare percorsi di costruzione sociale del sapere attraverso la telematica?
Suggerirei di tener presenti costantemente, lungo il percorso di formazione, due fondamentali aree: culturale e relazionale.
Si tratta infatti di attivare discorsi ricchi di significato e di senso durante l’azione formativa. Il tutor in quanto docente è un soggetto di cultura e costruttore di significati.
Come in ogni esperienza educativa, vanno ascoltate e colte le dinamiche relazionali. Il tutor cerca di assumere un atteggiamento empatico o meglio entropatico (proprio di chi si sforza di aprirsi davvero all’altro); gestisce l’attività d’aula per sostenere la motivazione, sollecitare la partecipazione attiva e responsabile dei colleghi, l’espressione di ciascuno, incoraggiare il rispetto, l’accettazione reciproca, il confronto delle idee, l’apertura, lo scambio, la fiducia in sé.
Utilizza la categoria della comprensione dei punti di vista, contiene ansie e preoccupazioni, stimola l’attenzione, aiuta l’acquisizione di consapevolezze circa le conoscenze apprese. Ciò si esprime soprattutto nella capacità di riflettere sui contenuti e sulle procedure di apprendimento, di restituire queste riflessioni attraverso elaborazioni di sintesi sia scritte che orali.
Vanno tenute presenti le varie fasi di articolazione del processo di formazione: dall’analisi della domanda di formazione alla valutazione e documentazione. Peraltro quest’ultime fasi non avvengono solo nel momento finale ma devono trovare la loro collocazione in parallelo allo svolgersi dell’attività formativa.






Bibliografia


Wiener "Introduzione alla cibernetica" Boringhieri, Torino, '66
Boole "Indagine sulle leggi del pensiero" Einaudi, Torino, '76
Changeux "L'uomo neuronale" Feltrinelli, Milano, '86
Gardner " La nuova scienza della mente" Feltrinelli, Milano, '88
De Finetti "La logica dell'incerto" Il Saggiatore, Milano '89
AAVV "Epistemologia informatica" Transeuropa, Bologna '91
Gabriele Boselli "Postprogrammazione", Firenze, La Nuova Italia, '91
Bruner, La ricerca del significato, Bollati Boringhieri, '92
Vanna Iori "Lo spazio educativo" La Nuova Italia, '97
M.Pomi "Gli stupori di ego" IL Segnalibro, '97
AAVV, Inforscuola '96 - Atti, Hugony editore, Milano, 96
Agostina Melucci (a cura di) "Innovazione. Per la qualità della scuola materna" Il Segnalibro, Torino, '97



Sezione: Didattica
Sottosezione: Traduzioni della Riforma
Scritto da: Agostina Melucci
Inserito il: 26/04/2005

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18/03/2019
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